Testo di – DIANA SALA e DANIELE CAPUZZI

Fotografie di – STEFANO DI FONZO

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La Fondazione Milano per la Scala ci ha dato la possibilità di visitare i Laboratori Ansaldo della Scala in occasione della mostra “Luca Ronconi, il laboratorio delle idee”; la mostra, curata dalla scenografa Margherita Palli, sua storica collaboratrice, è visitabile dal 24 febbraio al 24 maggio 2016, solo su prenotazione, e permette di vedere dalle passerelle sopraelevate dei laboratori non solo le maestranze all’opera, ma anche bozzetti, foto, modellini e costumi di Ronconi.

Il Teatro alla Scala ha deciso di ospitare – a un anno dalla scomparsa dell’attore e regista – un’esposizione a lui dedicata, che si divide in due parti: la prima sezione verte sui suoi lavori dietro le quinte (situata ai Laboratori Ansaldo), mentre la seconda è allestita al museo teatrale della Scala e raccoglie i bozzetti e i costumi ideati da lui e dai suoi più noti collaboratori.

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Luca Ronconi (8 marzo 1933 – 21 febbraio 2015) ha esordito come attore al termine dei suoi studi a Roma, per poi dedicarsi quasi immediatamente all’attività di regia, sia teatrale sia cinematografica; successivamente e in parallelo a tale impegno, si è occupato anche di sceneggiatura e in tempi più recenti ha anche coperto il ruolo di curatore di mostre, soprattutto a Milano.

Fin dall’inizio l’attività di Ronconi ha suscitato scalpore, perché non convenzionale, soprattutto nelle opere liriche; il suo scopo era di rendere l’arte teatrale non solo come un passato collettivo, ma una comunicazione priva di contestualizzazione che unisca il pubblico all’artista. La sua collaborazione con il teatro scaligero ha avuto inizio nel 1974 con la sua interpretazione in chiave moderna de “La Valchiria” wagneriana, dove la mitologia classica assume le forme di una famiglia borghese ottocentesca.

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Altrettanto si può dire per i costumi da lui studiati per l’opera di apertura della stagione meneghina del 1977: in questa versione del “Don Carlo di Verdi i tipici fasti della Madrid di Filippo II vengono alternati a processioni cariche di simboli di morte. Ciò è evidente nei costumi realizzati dai sarti in stretta collaborazione con gli scenografi della Scala a causa delle particolarità richieste dal regista, come si nota da elementi, che esulano dalla tecnica sartoriale, presenti sugli abiti.

A questi allestimenti seguono le direzioni di regia per due delle sette giornate del ciclo “Licht” di Stockhausen, che prevedeva un’opera teatrale per ogni giorno della settimana: vengono presentate al pubblico milanese nel 1981 “Donnerstag aus Licht” e nel 1984 “Samstag aus Licht”.

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Ronconi si è distinto dagli altri registi per l’ideazione degli spettacoli teatrali a partire dalle planimetrie degli spazi teatrali, in modo da individuare le possibilità e le tecniche espressive che ogni luogo poteva presentare. Nascono così le grandi macchine ronconiane, che permettono di creare nuovi spazi sfruttando tutte e tre le dimensioni.

Di particolare imponenza sono “Les Troyens” di Berlioz del 1982, in cui l’innovazione dei macchinari è visibile dall’utilizzo del cavallo di Troia meccanico di enormi dimensioni e il “Fetonte”, di Niccolò Jommelli 1988, in cui le sirene e i tritoni sono inscenati da mimi esperti sospesi in aria e appesi ai soffitti dei laboratori ci vengono presentati i loro costumi.

A partire da questa idea della sospensione, il regista ha iniziato a sperimentare nuove idee di spazio, plurale e con numerosi punti di vista. Ne sono esempi “La favola dello zar Saltan” di Rimskij-Korsakov del 1988, in cui la tavola imbandita era posta verticalmente rispetto al pubblico (in modo tale che fosse possibile anche per il pubblico osservare il fasto del banchetto), e “Il viaggio a Reims”, di G. Rossini, presentato a Milano nel 1984,in cui i personaggi prendevano vita in due luoghi differenti, il palco del Teatro e, all’opposto di piazza della Scala, in Galleria Vittorio Emanuele II. Il pubblico era diviso quindi nei due luoghi, in cui si spostavano gli interpreti, e aveva l’opportunità di vedere ciò che succedeva altrove attraverso appositi schermi.

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A tal proposito Ronconi aveva dichiarato di essere sempre stato “interessato a tutto ciò che tende ad allargare i confini e i limiti del teatro”, poiché era in grado di immaginare lo spettacolo attraverso una veduta dall’alto, attraverso la progettazione dell’allestimento sulle planimetrie.

Le opere di riguardo che chiudono la mostra sono la “Tosca” di Puccini del 1997  (di cui la Palli ha curato gli elementi scenici di gusto rinascimentale, ma posizionati in uno stile che richiama vagamente il cubismo) e la “Suor Angelica” dal trittico pucciniano, studiato nel 2008 per il palco del Piermarini, in cui la devota al Signore canta su se stessa, fredda e stesa al suolo – un memento mori, o meglio un anticipo del fato che attende la protagonista.

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L’ultimo passo del visitatore è davanti a “Europa riconosciuta” di Salieri, opera che inaugurò la nascita del “Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala” il 3 agosto 1778 e che fu simbolicamente scelta da Muti per Sant’Ambrogio del 2004 in occasione della riapertura del Piermarini a seguito dell’importante restauro che ci ha donato la struttura che oggi tutti conosciamo.

Ronconi è stato in grado di dare vita ad un’espressione teatrale che riesce ad avvicinarsi a ogni genere di pubblico, dai melomani ai meno esperti, perché  ha saputo distaccarsi dalla tradizione del teatro lirico per accompagnarlo nell’epoca contemporanea. Il suo sogno era di avere un teatro privo di limiti spaziali, temporali, espressivi e comunicativi, in altre parole un teatro interamente libero e nuovo.

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