Testo di Ennio Terrasi Borghesan

 

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Quando leggi la breaking news che annuncia la morte di un uomo che ha fatto la storia del mondo come Nelson Mandela, ti salgono alla mente tanti, tantissimi pensieri.

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport ha il potere di creare speranza dove c’è disperazione. È più potente dei governi nel rompere le barriere razziali, è capace di ridere in faccia a tutte le discriminazioni.

Gli eroi che sono vicini a me sono un esempio di questo potere. Sono valorosi non solo in campo, ma anche nelle loro comunità, locali ed internazionali. Sono campioni, e meritano di essere mondialmente riconosciuti come tali. (…) La loro eredità sarà quella di lasciare un mondo dove le regole del gioco sono uguali per tutti, e il comportamento è guidato dal fair play e dalla grande sportività.” – Nelson Mandela, Laureus World Sports Awards, 2000

È nota la storia di Mandela, della sua lotta contro l’apartheid e le leggi razziali sudafricane, della lunga prigionia, del ritorno alla democrazia in Sudafrica.

È nota, anche grazie a quello che personalmente ritengo un capolavoro (Invictus di Clint Eastwood), la storia di quel Mondiale di Rugby del 1995, fortemente voluto da Madiba, che vide il primo vero trionfo internazionale del Sudafrica finalmente integrato e unito.

Ciò che secondo me merita di essere sottolineato però, in un giorno in cui si ricorda l’uomo, si pensa alla sua eredità, a ciò che lascia al mondo, è questo suo atteggiamento nei confronti dello sport.

La nostra civiltà, la nostra cultura, la nostra società è stata segnata dalla presenza, nel corso dei decenni, di uomini e donne che possiamo identificare come icone, simboli, modelli.
C’è però un qualcosa che distingue Mandela da figure come Martin Luther King, il Mahatma Gandhi o Rosa Parks (della quale nei giorni scorsi è caduto “l’anniversario” di quel semplice gesto che cambiò il mondo).
Mandela, come le altre icone da me citate, si è battuto per tutta la vita per il riconoscimento di diritti uguali per tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza o religione o sesso.

Ciò che lo distingue però da tutte le altre figure che han lottato, nel corso dei decenni, per il riconoscimento dei diritti civili è proprio questo suo atteggiamento nei confronti dello sport.

Il discorso che ho citato prima racchiude la sintesi del pensiero di Mandela sull’importanza culturale che ricopre lo sport.

Per Madiba lo sport era davvero un qualcosa di fondamentale nell’unire popoli e culture che eran tutt’altro che uniti.

Nel 1995 il Sudafrica era già in piena “rivoluzione democratica” da alcuni anni, Mandela diviene presidente nel maggio 1994, l’integrazione politica e l’affermazione dei diritti civili erano un qualcosa che stava divenendo realtà.

Ciò che però mancava era l’integrazione culturale e sociale, la reale convivenza comune tra le etnie. Mancava quella scintilla capace di unire tutti sotto un’unica idea, un’unica passione, una sola bandiera. Un solo paese, unito, integrato, coeso.

Mandela non ebbe alcun dubbio nell’identificare quella scintilla nell’enorme possibilità che si presentava col Mondiale di Rugby del 1995.

Con i fantastici Springbok, capitanati da quel François Pienaar che ormai tutti associamo a Matt Damon, per dare l’idea che l’unione su un campo da rugby basato sul rispetto reciproco e delle regole e dal perseguire un obiettivo comune sia ciò che possa portare ad un unione nella vita di tutti i giorni tra gente dalla diversa etnia, dal diverso colore della pelle.

Un’unione sincera, non basata sulla convenienza e sulla regola di un quieto vivere, ma da un qualcosa di vero, autentico e genuino, che davvero unisce.
Mandela fu il primo a credere davvero che tale unione potesse essere raggiunta tramite 15 ragazzi che giocano “uno sport per bestie praticato da gentiluomini” (dal famosissimo aforisma sul rugby del giornalista Henry Blaha).

Su quella vittoria, su quel torneo, su quella squadra Madiba si giocò il suo carisma, i suoi ideali, le sue idee, seguendo quel sogno che la vera pugnalata all’apartheid, al razzismo, potesse arrivare in quel modo più che tramite iniziative di un governo o leggi di un parlamento.
Ebbe ragione.

Il Sudafrica vinse quel Mondiale, battendo una ad una le squadre più forti del momento (come Australia, Francia e Nuova Zelanda), mostrando una compattezza che andava al di là delle abilità tecniche (comunque notevoli) degli Springbok.

Una coesione, un’unione che divenne ispirazione presso tutta la società sudafricana, che diede il là al compimento definitivo e duraturo di una vita di battaglie.

L’ultimo “lascito” sportivo di Mandela è sicuramente il Mondiale di calcio del 2010, organizzato dal Sudafrica per la prima volta nella storia.

La prima volta che la più grande singola competizione sportiva viene ospitata dall’Africa.

Il riscatto africano non giunge tramite l’organizzazione di un Mondiale di calcio. Ciò che però giunge, e si realizza, è la definitiva consacrazione dell’ideale sportivo di Mandela.

Dello sport come un qualcosa che realmente cambia il mondo più dei governi, che ispira le giovani generazioni e che riesce a ridere in faccia alle discriminazioni.

Mandela tredici anni fa concluse quel discorso sottolineando come l’eredità di un Campione sportivo sia quella di lasciare un mondo dove le regole del gioco sono uguali per tutti, e il comportamento è guidato dal fair play e dalla grande sportività.

Tale eredità però è anche un qualcosa che oggi ci viene donata dallo stesso Madiba.

Un qualcosa che deve essere tutelato e custodito gelosamente da tutti gli amanti dello sport, del vero sport.
Perché Nelson Mandela è stato un uomo di Sport, con la S maiuscola.

Un grande Campione, un Campione Mai Vinto, Invictus.

Il più grande di tutti.

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