Testo e foto di – ALICE ARDUINO

 

Vi sono luoghi, non molto lontani, per cui bastano poche ore per essere raggiunti. Luoghi di cui sentiamo spesso parlare, di uomini, donne con una vita semplice, molto diversa da quella occidentale. Luoghi in cui non solo si respira un’aria diversa, ma anche la vita è rallentata, calma, serena.

Sarà che siamo abituati alla frenesia, alla sveglia del mattino, le corse per andare in ufficio, ma il Marocco è un paese a sé stante dove tutto è più rilassato.

L’avventura iniziò verso metà settembre, con l’autunno alle porte, quando insieme a due amiche decisi di “staccare la spina” e partire per un paese caldo. Un modo per allungare l’estate e assaporare ancora il sole sulla pelle, le t-shirt e il buon cibo all’aria aperta. Volevamo sentire e vivere dentro il cuore pulsante di una città, conoscere la cultura, le persone, un mondo molto diverso dal nostro ma allo stesso tempo affascinante.

Marrakech è una Medina meravigliosa, ma anche la più importante città imperiale del Marocco costruita dall’impero marocchino berbero. Sorge a 150 km dalla costa dell’Oceano Atlantico ed è anche chiamata “città rossa” a causa delle pareti rosse costruite in pietra arenaria, un tipo di roccia composta da granuli grossi come la sabbia. Il centro pulsante è il mercato di Jāmiʿ el-Fnā famosa per la vendita di frutta, datteri e succhi d’arancia nonché abitata da numerosi artisti di strada come incantatori di serpenti, donne che realizzano decorazioni con l’henné, suonatori e cavadenti. Si, esatto cavadenti. Qui si vendono dentiere nuove e usate come qualsiasi altro oggetto. La sera, suonatori si improvvisano nella piazza, dando origine a balli tipici, mentre gli sputafuoco incantano i turisti.

Si mangia sotto i porticati il cibo tipico marocchino: dal cous cous, al tajine di prugne, l’hariri, la tradizionale zuppa marocchina o la pastilla. E concludi con il dolce, il kaab el ghzal un pasticcino ripieno di pasta di mandorle e ricoperto da zucchero, o l’halva shebakia, una pasta fritta fatta di miele e sesamo.

Il nostro ostello sorgeva nel centro dei Suq, nella medina bassa, il mercato di vicoli e minuscole botteghe, dove è possibile fare shopping e comprare qualsiasi tipo di souvenir orientale. I Suq sono il luogo dove i turisti si perdono, ammirando oggetti in porcellana, anelli, borse in pelle, abbigliamento, gioielli e quant’altro questa città incantata ha da offrire. Un mercato dal quale si fatica ad uscire perché si è rapiti dalla gentilezza dei commercianti, ma anche dalla loro irritante insistenza nel volerti vendere sempre qualcosa. Qui non si compra, si contratta! E in questo loro, sono abili commercianti. Non è solo un modo per entrare in contatto con la cultura locale, ma una vera e propria usanza marocchina e se riuscite a portarvi a casa un oggetto avendone dimezzato il prezzo, non pensiate di essere dei vincitori. Come dicono in Marocco “un terzo del prezzo iniziale è già un furto”.

Passeggiavamo spesso per le strade labirintiche della medina, era impossibile non farlo, vista la posizione del nostro ostello. Un giorno finimmo nel quartiere delle concerie, luogo dove numerosi artigiani a mollo in acque putride con i calzoni tirati su fino al ginocchio, lavorano e si tramandano il mestiere, dando forma a borse, scarpe e cappelli in pelle. È consigliato coprirsi il naso con un rametto di menta a causa del forte odore provocato dalla lavorazione della pelle animale.

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Conciatori di pelle

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Dopo questo spettacolo, la visione della tua borsa in pelle assumerà un altro significato!

Passammo 3 giorni a girare per Marrakech: dalla piazza principale è visibile il minareto della moschea della Koutoubia (dei librai), alto quasi 70m sovrasta la città. Il suo nome deriva dalla parola “kutub” e sembra indicasse il fatto o che nei dintorni fossero presenti venditori di libri sacri o scrivani che prestavano servizio agli analfabeti. Visitiamo la medersa di Ben Youssef  luogo pubblico, utilizzato dagli studenti per imparare il corano  la cui  costruzione risale al XIV secolo. Qui vi sono mosaici ovunque, per terra e sulle pareti tutti con motivi floreali o geometrici. Il Palazzo di El badi con le enormi mura, meta preferita delle cicogne che nidificano a Marrakech, i vasti giardini e le due enormi piscine al centro.  Andiamo alla Mellah, l’antico ghetto ebraico per poi giungere al giardino di Majorelle che sorge nella medina alta e prende il nome dall’artista francese Jacques Majorelle, il quale si fece costruire una villa in stile liberty le cui pareti furono dipinte di un colore blu intenso che ancora oggi viene chiamato “blu Majorelle”.

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Palazzo El Badi

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Il momento migliore del viaggio arrivò quando lasciamo la città per avventurarci alla nel deserto. Qui scoprii il lato più antico del Marocco. La prima città che incontriamo è Ait-Ben-Haddou nata come città fortificata, o Kasbah, una costruzione (in genere fortezza o cittadella) di una città araba, frequentemente cinta da mura difensive e talvolta solcata da stradine su cui vi erano abitazioni private.

Le Kasbah sono state realizzate con la tecnica costruttiva del “pisè” (paglia e piccoli ciottoli cementati con fango) o in terra cruda. All’esterno presentano torri e mura lisce, coronate da merli con piccole e scarse aperture. Le mura sono decorate con motivi berberi, a rilievo o incisi. Il luogo è utilizzato come teatro di posa per numerosi film. Tra i più famosi ricordiamo: Lawrence d’Arabia, Gesù di Nazareth, Agente 007 – Zona pericolo, Il tè nel deserto, Il Gladiatore e Alexander.

La Kasbah è protetta dall’Unesco ed è considerata come Patrimonio dell’Umanità.

Si risale sul pulmino, si prosegue il viaggio. Nelle lunghe ore passate sul mezzo, mentre le mie compagne chiacchierano animatamente tra loro, osservo i paesini e gli abitanti. Sembra che il tempo qui si sia fermato. Non sempre vi è il cemento nelle strade, ma spesso solo terra. I bambini giocano a pallone, le donne lavano i panni o chiacchierano tra loro, gli uomini lavorano. Vi sono pochi abitanti, le città semideserte mi ricordano la nostra meta.

Prossima tappa è Ourzarzate che si trova lungo il fiume, da cui prende il nome.  Altra caratteristica del Marocco è la costruzione dei tappeti berberi realizzati con lana, cotone e altre fibre che, oltre a seguire la simbologia propria della regione, sono il risultato dell’ispirazione artistica della donna che li ha creati. Per questo ogni tappeto può essere considerato un oggetto d’arte unico e non riproducibile.

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donna che tesse un tappeto

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Finalmente dopo quasi tre giorni di viaggio arriviamo alle porte del Deserto del Sahara. Il tempo non è dei migliori, forti raffiche di vento a tal punto da non riuscire a vedere la fine della strada.

Il Sahara è il più vasto deserto caldo della Terra e si trova nell’Africa settentrionale. Qui si dimenticano le abitudini occidentali , e si va alla scoperta di un altro modo di vivere, in contatto con la natura e l’autenticità di una vita semplice. Il viaggio in cammello di quasi due ore, si fa sentire! Non c’è un sole cocente, ma vento e il nostro fondoschiena sulla sella inizia a subire colpi. Sogno una sedia o un morbido pouf!  Verso il calare del sole arriviamo all’accampamento con le tende berbere, il tramonto e il silenzio della notte sono interrotte soltanto da qualche bramito e rendono il luogo magico. Sono le 20 ed è già buio pesto.  Si cena dentro una tenda berbera, si beve il tè, si canta intorno al fuoco.

Visitare il deserto è sempre stato un sogno nel cassetto: dormire sotto il cielo stellato mi ha ricordato il viaggio intrapreso da Santiago, protagonista del libro di Paulo Coelho “L’Alchimista”. Un umile pastore che va alla ricerca della propria Leggenda Personale. Qui tutto svanisce. Il mondo che conosciamo si annulla. Non vi sono più, avvocati, mendicanti, camerieri, segretarie, informatici. I ruoli e le etichette non esistono, il linguaggio universale ci unisce, come unisce tutti i popoli, le etnie e le religioni sotto lo stesso cielo. Il deserto è magico, ti permette di riflettere su te stesso e rinascere: “Quando abbiamo davanti agli occhi grandi tesori non c’è ne accorgiamo mai” dice Coelho.

I racconti delle nostre guide berbere sono come un fermo immagine del mondo. Youssef ci racconta di come lui nel deserto si orienti seguendo i segnali, guardando il sole di giorno e le stelle di notte. Conosce il silenzio e il significato del bramito di un cammello. Io vedo solo cielo e sabbia e il nulla davanti e mi oriento come Pollicino. Lui seguiva i sassolini, io gli escrementi del cammello, che nella notte, mi ricordavano dov’era il nostro accampamento.

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Negozio di pelli

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Mi allontano dalle tende per un momento di riflessione. Se chiudo gli occhi posso sentire il vento fresco sul viso, la sabbia tra le mani. Immagino miti e leggende di quei luoghi ma non capisco nel profondo cosa significhi essere una donna del deserto. Non è il mio mondo, non mi appartiene, ma rimango affascinata dal mistero, dal senso di pace e semplicità che sento attorno.

Un proverbio berbero dice: “Allah ha dato all’uomo la terra e l’acqua per vivere e il deserto in regalo affinché trovi la propria anima.”

Solo chi ha attraversato le dune può capire cosa significhi.

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