Testo di – GIACOMO SAMSA

Immaginate per un momento di trovarvi – diciamo per la durata di una commedia al cinema – in compagnia di un carismatico e sbruffone mercante d’arte e avventuriero, della sua bellissima e decisa moglie (Gwyneth Paltrow), del suo fido maggiordomo e scagnozzo (Paul Bettany), di un micidiale criminale internazionale, dell’ integerrimo agente segreto che gli da la caccia (Ewan Mc Gregor) e di un intero esercito di mafiosi russi dai metodi piuttosto sanguinari, in un susseguirsi rocambolesco di inseguimenti, confronti e continui cambi di location …

Aggiungete poi il motivo di tanto accanito contendere: un dipinto di Goya trafugato con l’omicidio su cui tutti vogliono mettere le mani e che contiene un codice segreto per arrivare ad una riserva d’oro nazista (!).

Date queste premesse non dovreste fare altro che sedervi in poltrona e guardare Mortdecai, nelle sale italiane dal 19 febbraio; commedia pensata per essere brillante e veloce ha tutti i caratteri distintivi di Hollywood, portati all’ennesima potenza: il budget naturalmente elevato permette un cast pluri-stellare e di creare un prodotto curato nei minimi dettagli, sfarzoso nei dialoghi e nella costruzione degli ambienti, leggero negli intenti e brillante soprattutto nel tratteggio dei personaggi singolari.

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Tutto gravita attorno alla figura di Charlie Mortdecai e ai suoi invadenti baffi a manubrio – stile Poirot, per intenderci – in questa action comedy, ricamata su misura e in funzione di Johnny Depp e delle sue buffonerie a tutto campo: mattatore indiscusso dell’arena cinematografica, gli è lasciata carta bianca per divagare sotto i riflettori in tutta libertà, come del resto era piuttosto prevedibile essendo anche produttore della pellicola, attraverso sua la casa Infiniutm Nihil.

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La struttura della trama riprende strettamente quella delle spy stories, giocando e incrociando differenti cliché e stereotipi (il poliziotto, gli immancabili villains,), sovrapponendoli e ricomponendoli, senza proporne mai un vero ribaltamento parodico (alla Austin Powers, per dire). Insomma, si cerca di creare nuovi accostamenti rimanendo nel solco – profondo – tracciato dai predecessori del genere.

In questo modo il film, e questo è per me un merito, può attingere liberamente ad una grande quantità di fonti stilistiche e visive risultando essere un continuo ricorrersi di rimandi ai maggiori blockbuster del cinema americano: uno tra tutti il prologo del film, che è piuttosto chiaramente – e piacevolmente, devo dire – la riproposizione dell’inizio cinese di Indiana Jones e il Tempio Maledetto; oppure il modo di delineare alcuni personaggi, fortemente caratterizzati dal punto di vista iconico come figure individuali, ma misteriosi in relazione alla storia, rileva una certa affinità addirittura con alcune figure “minori” di Tarantino.

E’, in qualche modo, un modo di fare cinema che si alimenta sempre del cinema che lo ha preceduto, che vive di citazioni e che instaura con lo spettatore un continuo di riflessi e rimandi, sempre a patto che questi abbia voglia di rendersi complice degli attori nel loro gioco delle parti. C’è chi lo trova irritante, chi divertente (io sono tra questi ultimi).

Ciò non toglie comunque che un più che valido motivo per vedere il film sia il resto del cast, la cui presenza complessiva da sola giustifica una serata al cinema: interessante la presenza di Jeff Goldblum, reduce da Gran Budapest Hotel, negli sfortunati panni del collezionista Milton Krampf, bella l’interpretazione fredda dell’indistruttibile macchina uccidi- cattivi Paul Bettany, ironico e “affilato” nella recitazione.

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La comicità è affidata tanto ai dialoghi e alle situazioni, quanto alla fisicità dei personaggi e ai loro comportamenti, a volte sconclusionati o assurdi. In questo senso è efficace, e secondo me più riuscito di molte gag, il contrasto tra la rigidità anche fisica dell’integerrimo agente segreto Alistair Martland, che agisce sempre “per la Regina e per la Nazione”, e la mobilità istrionica e nervosa del furbo, opportunista e tendenzialmente disonesto Charlie Mortdecai. Questo contrasto caratteriale, che si mantiene per tutto il film, è uno degli elementi comici più riusciti.

Abbandonata senza rimpianti ogni pretesa di verosimiglianza, è una commedia-gioco in cui l’intrattenimento dello spettatore è onestamente dichiarato come intento principale, e la dimensione ludica è in genere preponderante: non conta l’equilibrio della trama, ma la sua velocità nel generare situazioni inedite e inattese, non importa la coerenza, ma la sorpresa che sa generare. D’altra parte è un film che, funzionando con un meccanismo di crescendo progressivo dell’azione comica, non può permettersi neanche per un istante di rallentare il ritmo o di smorzare i toni, raggiungendo qualche volta la saturazione e il parossismo. Si tratta però di un difetto “fisiologico” che tuttavia non compromette la complessiva piacevolezza del film (certo deve piacere Johnny Depp).

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In realtà è una bella figura di personaggio, quella del Charlie Mortdecai (merito qui del soggetto letterario di Kyril Bonfiglioli): mercante di professione, avventuriero per necessità ed egocentrico per natura, affascinante e affabulatore, ma anche dissoluto, “vigliacco e sbruffone” secondo la definizione che di lui dà chi gli è più vicino, è un dandy aristocratico e raffinato, irresponsabile e sostanzialmente amorale, che agisce principalmente per il proprio interesse e non esita a sfruttare gli altri, coinvolgendoli e manipolandoli per raggiungere i propri scopi.

Insomma, è un personaggio in generale in linea con quelli di Depp, volendo sovraccarico di espressività, ma senz’altro vivace e a suo modo scanzonato ed ironico (più difficile dire in che misura si tratti anche di autoironia).

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Per finire, una curiosità: Kyril Bonfiglioli (1928 – 1985), autore della serie di romanzi dei quali il primo (Don’t point that thing at me) costituisce il soggetto del film, fu realmente mercante d’arte. Oltre alla spregiudicatezza negli affari (comprò per una cifra irrisoria un “finto” Tintoretto che si rivelò poi essere magicamente autentico), molte altre somiglianze potrebbero essere in effetti rintracciate tra l’autore e il suo personaggio; per fugare ogni dubbio Bonfiglioli chiarì che “non è un romanzo autobiografico; riguarda invece qualche altro dissoluto e immorale mercante d’arte di mezza età”.

4a Dalla prima di Berlino

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