Testo di – DAVIDE PARLATO

La meravigliosa Villa Panza di Varese – piccolo paradiso di contemplazione, imperdibile hortus conclusus poco lontano dalla rumorosa attività lombarda – ospita attualmente la temporanea Natura Naturans, inaugurata il 12 giugno scorso e che rimarrà aperta ai visitatori fino al 28 febbraio 2016. Doppia personale dedicata ai due artisti americani Roxy Paine e Meg Webster, si propone come una riflessione sul rapporto controverso e sempre più problematizzato fra l’uomo e la Natura, fra la razionalizzante operosità umana e l’inintelligibile forza del genio naturale. Le opere dei due artisti, riflessioni speculari attorno a questo tema, voli artistici trasversali che coprono speculazioni di carattere tecnico e ontologico – nonché morale -, si incastonano perfettamente non solo negli spazi esterni della Villa, ma soprattutto negli interni, intersecandosi con gli stranianti giochi di luce ambientale della collezione permanente. Il tema è stato in parte pensato in occasione di Expo 2015: a conclusione del grande evento universale, il percorso rappresenta un’ottima occasione per tirare le somme di considerazioni parallele al grande tema dell’esposizione – a maggior ragione, a distanza sia fisica che temporale dall’insopportabile trambusto di capannelli umani e polemiche varie.

Natura Naturans è un’espressione latina che, tradizionalmente, si riferisce alla tensione poietica dello spirito naturale: è il progetto che diviene forma, è Dio che si fa Natura. La natura naturante non è l’esito di un processo di produzione (questo, almeno secondo Spinoza, rimanderebbe al concetto di natura naturata), ma è il processo stesso. Uscendo dall’inusitata terminologia filosofica tardo medioevale, un altro concetto ci sarà utile nell’affrontare questo percorso, un concetto che deriva questa volta dalla fisica moderna: l’entropia, ovvero – molto banalizzando – il processo tramite il quale le cose del mondo tendono inevitabilmente al disordine; il processo che condiziona il divenire dei fenomeni naturali e che trova una sua modellizzazione elementare, ad esempio, nello sviluppo di forme vitali micro organiche come i miceti o le alghe.

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È a partire da questa figurazione di un “disegno” incontrollato che Roxy Paine costruisce la sua cifra artistica, portando davanti al fruitore elementi naturali elementari come muffe, funghi di campo o papaveri da oppio, ricostruiti tramite l’utilizzo di materiali sintetici, che si disperdono senza controllo sulle tele, sulle pareti e sui pavimenti dello spazio espositivo. L’opera di Paine, nella sua apparente semplicità, riesce ad enucleare due paradossi: da una parte l’artista pone in contrasto la naturale forza entropica contro l’operosa costruttività antropizzata (umana); dall’altra viene problematizzata la stessa entropia, che non corrisponde ad una mera legge del caso. Riguardo al primo punto, è evidente la singolarità di voler ricreare forme naturali organiche tramite l’impiego di sostanze inorganiche (principalmente resine epossidiche): da una parte c’è una Natura che si sostanzia in se stessa (la realtà), dall’altra lo sforzo dell’uomo di comprendere la sua forza e di farla propria. Il conflitto qui è proprio fra l’inspiegabilità della tensione naturale alla realizzazione (inspiegabile, ovviamente, “epocalizzando” il concetto di Dio) e la naturale tendenza del piccolo uomo a controllare la natura catalogando e producendo. Il paradosso si tinge poi di un carattere morale nel momento in cui Paine inserisce nella dinamica appena spiegata quelle che rappresentano le piccole o grandi debolezze dell’uomo: interessato al tema delle dipendenze, l’artista realizza un campo di papaveri da oppio pronti per la raccolta, problematizzando il tema del controllo umano degli elementi naturali come mezzo di appagamento della propria fragilità intrinseca.

Il secondo paradosso che emerge dalle stanze dell’esposizione dedicate a Roxy Paine riguarda la natura del caso, o meglio, la relazione fra il caso e la natura. La produzione entropica, pur differenziandosi sostanzialmente dalla modalità umana di razionalizzare la produzione (che segue la logica del pensiero-azione), non è un’azione dissennata, idiota: nell’apparente casualità del sostanziarsi della natura, si legge implicitamente un qualche tipo di ordine imperscrutabile, di cui possiamo fare esperienza limitatamente attraverso una modalità di interazione estetica. Le colonie di funghi in resina che emergono dallo scricchiolante parquet della villa non seguono una distribuzione casuale: vi si legge una sorta di progettualità, una dinamica di campo fra elementi. La mostra rimanda giustamente all’opera di John Cage nell’ambito della musica sperimentale, al suo tentativo di scomparire per lasciar trapelare la logica della pura casualità artistica. È chiaro come questo tipo di speculazione potrebbe impegnare pagine e pagine di riflessioni: ancora una volta l’esperienza artistica è in grado di sintetizzare un processo di pensiero, un insight in un’illuminazione di carattere estetico.

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L’opera di Meg Webster, pur rimanendo in linea con il pensiero di Paine, muove da presupporti tecnici opposti: la Webster crea opere utilizzando elementi naturali ed elementi vivi. Pannelli di legno dipinti con pigmenti alle spezie (dal curry al wasabi), letti di muschio e di sabbia, contenitori di sale o di acqua piovana, labirinti di fronde, forme archetipiche realizzate con la terra (la materia archetipa per antonomasia) fino ad un’installazione consistente in un piccolo ecosistema di culture: tutto rimanda ad una riflessione piena sull’ambiente e sul tentativo di ritrovare una rinnovata comunione con la Natura. Le opere della Webster sono opere, per definizione, vive, che necessitano di attenzioni, spesso non durevoli in eterno: anche se spesso risulta difficile confrontarsi con questo tipo di operazioni artistiche (che di primo acchito possono apparire come semplici giochi da pollice verde), è necessario andare oltre ad un’accezione statica del prodotto artistico e spostare l’attenzione verso una concezione dell’oggetto forse più vicina al design. È una modalità di fruire l’operazione artistica come qualcosa con cui vivere, non solo da osservare, ma anche da curare – e qui si palesa anche l’ideale ambientalista sotteso all’operazione dell’artista. Un letto di muschio è un letto: anche se in una mostra non si potrebbe strapazzare le opere a proprio gusto, a ognuno di noi piacerebbe pensare a quanto sarebbe bello potersi adagiare a appisolare su una morbida macchia erbosa – forse anche per un ancestrale desiderio di ristabilire un contatto, la stessa ancestrale sensibilità che ci fa rabbrividire di fronte ad un tumulo di terra perfettamente levigato che ci riporta ad una dimensione sacra e votiva della fertilità naturale.

È un percorso decisamente interessante, il consiglio – e questo vale non solo per la temporanea in questione ma per la fruizione di Villa Panza tutta – è di lasciarsi trasportare dalla villa attraverso i suoi vari spazi e lasciar emergere tutte queste rumorose considerazioni in autonomia, magari anche dimenticando di leggere le descrizioni delle opere (che spesso ho trovato artificiose nel loro tentativo di sintetizzare in poche righe discorsi ben più grandi di noi fruitori di arte): lasciarsi andare e lasciare che una qualche sensazione si faccia strada nella nostra testa e ci faccia provare qualcosa di unico e intuitivo. Questo vale tanto di più in occasione di un’esposizione che ci mette nella posizione di fare in conti con le nostre radici e con il più grande mistero che l’uomo, dalla notte dei tempi, si è trovato a contemplare: la Natura.

Per ulteriori informazioni sull’evento si rimanda al sito della mostra: http://www.naturanaturansvillapanza.it/

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