Testo di – VIRGINIA STAGNI e ENNIO TERRASI BORGHESAN

 

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Revolart con Federico Buffa

L’1 febbraio sarà il giorno di uno storico passaggio di consegne. Dopo 30 anni di onorata (e onorabile) carriera, l’avvocato newyorkese David Stern passerà il testimone della guida della National Basketball Association al suo giovane delfino Adam Silver. Si chiuderà un’epoca, l’era più florida e fortunata di quella che oggi è la lega sportiva più importante al mondo, un modello planetario di management, organizzazione e cultura.

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In questo momento particolare si incastra benissimo l’iniziativa de La Gazzetta dello Sport, media partner ufficiale in Italia della NBA, che ha presentato ieri la sua nuova collana di dvd “NBA History 1997-2013”, “un viaggio con la Delorean nella storia recente della National Basketball Association”, come han spiegato nella presentazione il vicedirettore de la Gazzetta Umberto Zapelloni e il giornalista di punta della sezione basket della rosa Luca Chiabotti.

NBA History è la storia delle ultime sedici stagioni del basket americano, un lungo viaggio da Michael Jordan e i suoi Chicago Bulls a LeBron James e i suoi Miami Heat passando per i Lakers del Threepeat e di Kobe Bryant, i Pistons dei “nuovi” Bad Boys, gli Spurs del duo Duncan-Popovich, i Celtics dei Big Three e gli incredibili Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki.

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Coach Dan Peterson e Davide Chinellato prima della diretta

A presentare, oltre a Zapelloni e Chiabotti, l’iniziativa c’erano due delle voci più “iconiche” della storia della NBA in Italia: Dan Peterson, il “Coach”, che ha portato negli anni ’80 nelle case del Bel Paese i duelli leggendari tra Celtics e Lakers (di cui già avevamo scritto: http://revolart.it/larry-e-magic-come-celtics-lakers-ha-cambiato-la-nba-e-gli-usa-degli-anni-80/) , e Federico Buffa, l’Avvocato, più di un guru per gli appassionati italiani del grande basket americano. Buffa che, tra l’altro, è la voce narrante (insieme a The Voice Flavio Tranquillo) dei dvd, che contengono anche (per ogni annata) un suo mini racconto di aneddoti di 10 minuti.

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La presentazione di ieri è stata l’occasione per una rivisitazione storica dei tempi in cui l’NBA arrivava in Italia solo tramite le cronache di giornalisti come gli stessi Chiabotti, Tranquillo, Buffa e pochi altri, un altro modo di affrontare il mestiere di reporter (gustoso in tal senso l’aneddoto di Chiabotti, che ha raccontato di come lo storico duo di Sky Sport fosse solito preferire, alle cene coi colleghi inviati, viaggi in librerie e biblioteche per “saccheggiare” le cronache sportive di tutti i quotidiani d’oltreoceano), e anche un altro modo di raccontare la stessa NBA.

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La NBA esige un livello di perfezione a chi la deve raccontare”, ci ha spiegato Chiabotti, sottolineando come sia molto difficile ottenere i diritti media per raccontare le vicende della lega americana; “dei pezzi che racconto, una buona parte è ‘censurata’ dalla NBA, che è molto rigida sulle storie che trapelano sui suoi giocatori, ad esempio il caso di Latrell Sprewell, quasi minimizzato (Latrell Sprewell, ex giocatore NBA sospeso per un anno per aver strozzato il suo allenatore, PJ Carlesimo, durante un allenamento)” ha aggiunto Buffa, che in seguito si è espresso in maniera molto netta sul dualismo tra i due che idealmente (e di fatto) aprono la collana della Gazzetta, Michael Jordan e LeBron James. 

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Quanti anni son passati dal 1997? 16. Quale è la marca di scarpe da basket più venduta al mondo ancora oggi? Le Air Jordan. Quindici anni dopo il suo “vero” ritiro. È il segno che ancora oggi Jordan ha un segno superiore nell’immaginario collettivo rispetto a tutti gli altri. La sua è la storia di un bambino insicuro, che al liceo si iscriveva ai corsi di economia domestica e di cucito per paura di non trovare mai una donna, che è diventato unico per capacità di concentrazione e determinazione. Unico e irripetibile. ‘Condito’ anche da una storia di vita comunque interessante, il suo stretto rapporto col padre soprattutto. Poi c’è ciò che per me è l’apice di tutto ciò, Gara 5 delle Finals del 1997. ‘The Flu Game’, il segno che davvero ci troviamo davanti a qualcosa di superiore (sull’episodio tornerà più avanti nella serata)”.

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Stesso giudizio netto anche per Dan Peterson, che si è soffermato sulla differenza tra il Jordan dei primi anni NBA, grandissimo realizzatore in una squadra che non riusciva a vincere, e quello della seconda parte di carriera, il giocatore che segnava “4 punti nel primo quarto, 6 nel secondo, 8 nel terzo e 10 nel quarto” che “lasciava che la partita venisse a lui”, diventando il leader del doppio Threepeat dei Chicago Bulls.
L’ex coach di Virtus Bologna e Olimpia Milano tra gli anni ’70 e ’80 si è soffermato anche sulla “crisi” mediatica della NBA nel periodo delle prime telecronache italiane (1981, per la precisione), e di come la situazione sia cambiata radicalmente con la nomina a commissioner del già citato David Stern.

Dopo questa prima parte di aneddoti c’è stato spazio per la telecronaca in diretta, curata dallo stesso Peterson insieme all’ottimo Davide Chinellato della Gazzetta, del secondo episodio del derby di New York tra i Knicks e i Brooklyn Nets, due squadre che ad inizio stagione erano indicate come sicure protagoniste ma che finora han deluso le attese. C’era molto interesse da parte dei 150 spettatori della Sala Buzzati di Via Solferino per seguire anche la partita di Andrea Bargnani, l’ex prima scelta al draft nel 2006 oggi giocatore di New York. La sua partita però sarà pessima (5 punti e 2 rimbalzi in appena 19 minuti), come quella dei Knicks, mai realmente in partita e sconfitti per 103-80 dai Nets, guidati da un attacco molto ispirato (ben 25 assist su 37 canestri di squadra) e dalle ottime prove balistiche di Joe Johnson (25 punti) e Andray Blatche (doppia doppia con 19 punti e 12 rimbalzi), che han regalato a Brooklyn la settima vittoria su otto partite nel 2014. Alla fine la partita passerà alla storia per i commenti sprezzanti di coach Peterson su giocatori come Carmelo AnthonyGrande talento perdente, per me non cambierà mai questo pensiero” e Raymond Felton (probabilmente il peggiore in campo ieri sera) “Lui non può giocare a questi livelli, guardalo Davide, non si vede neanche il mento!”.

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Il momento topico della serata si è avuto però all’intervallo, quando sul palco è salito Federico Buffa, che ha portato la platea indietro nel tempo, alla stagione 1996-97, aperta da uno dei Draft migliori di sempre (quell’anno vennero scelti, in ordine, Allen Iverson, Stephon Marbury, Kobe Bryant, Ray Allen e Steve Nash, che sommano 7 titoli NBA, 4 premi di MVP e numerose partecipazioni all’All Star Game) e da una preseason “dominata” da Dennis Rodman, l’ex giocatore di Pistons e Bulls (recentemente noto alle cronache per la sua amicizia con il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-Un), protagonista prima di un falso matrimonio (annunciato in diretta al David Letterman Show) per promuovere il suo libro Bad as I wanna be e poi di un’espulsione “volontaria” nel primo quarto durante una partita amichevole a Las Vegas perché, come racconta Buffa, aveva il tavolo delle 11 in un eccellente locale con un grande show.

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La Delorean dell’Avvocato ci porta direttamente a Cleveland, All Star Weekend storico per la celebrazione degli “NBA Greatest 50”, i 50 migliori giocatori dei primi 50 anni della National Basketball Association.

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Curioso l’aneddoto su Karl Malone, protagonista di una delle emozioni irripetibili di Buffa: “Ho visto Karl Malone, che conoscevo personalmente, avvicinarsi a Wilt –che non è un uomo, è un dio- e chiedere ‘mi autograferebbe il giubbotto’ (omaggio per tutti i 50 nominati), nonostante Malone abbia terminato la carriera con più punti di Chamberlain (Malone è secondo ogni epoca, dietro solo a Kareem Abdul Jabbar, ndr), e Wilt disse ‘ma certo’, e sono sicuro che gli abbia detto una frase tipo ‘ma Karl con la K?’, Wilt era di un altro pianeta”.

“C’erano tutti i più grandi, con alcune gravi omissioni – continua Buffa – tipo Bob McAdoo, che ha giocato anche per il coach Peterson, ma soprattutto ne manca uno: Pete Pistol Maravich, morto qualche anno prima in una piccola palestra di Pasadena, vicino Los Angeles, in un posto che si chiama il Nazareno (non quello di cui siamo partecipi oggi in Italia), morto come voleva lui: in campo. Con lui c’erano i due figli, e raramente ho visto due ragazzi così fuori casting, non sapevano cosa dire. Ci sono dei grandi giocatori che si avvicinano ai suoi figli, ad esempio Larry Bird, di solito molto parco, che cerca di dire ai ragazzi cosa pensava che fosse il papà. Come Maravich ne son passati veramente pochi”.

Il racconto di Buffa continua, sempre riguardo a un protagonista speciale di quella stagione, un rookie (giocatore al primo anno): Allen Iverson.

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“I gotta respect nobody, io non devo rispettare nessuno. Jordan gli dice ‘Io ti spezzo la noce del collo’, come Lino Banfi, Barkley dice ‘Rookie of the Year? Playground Rookie of the Year!”. I vecchi non vogliono avere nulla che spartire con lui. Iverson esordisce al Madison Square Garden segnando 35 punti, ma la partita che lui aspetta è quella con i Chicago Bulls. Sapendo che questa è la situazione, sapendo che i vecchi vogliono fargli sentire fisicamente il territorio, Phil Jackson in quella partita cambia continuamente il cambio in difesa, facendo sì che sia lo stesso Jordan ad occuparsi sempre di Iverson. C’è il singolo momento in cui Allen I fisicamente sfida Jordan. Iverson imparò il crossover da un tale Barry, uno che non era neanche un giocatore, playgrounder di strada a Georgetown, Iverson prende Michael 1 contro 1.”

Quell’azione finì così:

http://www.youtube.com/watch?v=y3X274lz3wY

“A quel punto ti aspetteresti che Iverson festeggi l’azione alla Iverson. E invece, a fine partita, andrà a tributare al più grande di sempre un complimento straordinario: ‘L’ho mandato completamente al grill, e avevo il canestro davanti. A momenti mi stoppava il tiro.” Come dire ‘questo qua è veramente non ha eguali’.

Iverson sarà Rookie dell’Anno, ma la legacy del 1997 sarà legata alle Finals di quella stagione: “È una di quelle serie che vanno distillate. Utah era fortissima e aveva un playmaker come John Stockton, che vestiva come un benzinaio, parlava una volta ogni mezzora, ma in campo… porca miseria! Aveva un controllo emozionale della partita con pochi eguali. Anche Jordan, in gara 4, a un certo punto lo guarda come per dire ‘Bianco, tu mi hai rotto, lo sai?’. Stockton in quella partita gioca la palla più importante con un due mani di venti metri come Payton Manning (famoso quarterback della NFL), che arriva esattamente come deve arrivare. 2-2, si “sente” gara 7. La sera prima della pivotal gara 5, Jordan in ritiro è nevrastenico e strampella un pianoforte che non sa suonare. Dopo che era terminato il servizio in camera, a Michael viene fame e vuole una pizza. Tim Grover, il suo personal trainer, chiama il Delivery. Arrivano 5 pizze. Nessuno le mangia, tranne Jordan. Che alle 4 chiama Grover e gli dice ‘sto morendo’.” Intossicazione alimentare per il 23 dei Bulls, che rimane a letto per tutto il giorno, e la sua presenza in campo per gara 5 è in fortissimo dubbio. “Jordan era in posizione fetale, come una volta era il Motorola. Ma alle tre del pomeriggio, senza essersi mai alzato, dice ‘gioco’. In quelle Finali eravamo sostanzialmente sul campo, Flavio mi sguinzaglia per vedere come sta, Jordan era una salamandra, sostanzialmente fermo, non muove niente e io dico ‘Questo non può giocare’. Pochi istanti dopo chiamano i quintetti e lui esce veramente. È un puma sulle Montagne Rocciose, ha il controllo di tutto ciò che succede, lascia che la partita venga a lui. Ne fa 38 e dovrebbe essere, sostanzialmente, in un letto d’ospedale. A fine partita l’immagine è Pippen che lo sostiene perché Michael non si regge praticamente in piedi, è praticamente svenuto, durante la partita lo riempivano di endovenose e i suoi compagni –che non lo amassero particolarmente, visti i ritmi insostenibili cui li sottoponeva in allenamento. Jordan racconterà poi di aver visto, nel pomeriggio prima, tutta la partita e tutti i movimenti che avrebbe dovuto fare nelle varie situazioni. Un essere superiore. Gara 6, ultimo tiro, i Jazz lo raddoppiano e lui scarica su Steve Kerr, che ha ancora l’occhio con il segno della pizza che gli ha tirato in allenamento, dicendogli sostanzialmente ‘dopo ci fumiamo un bel sigaro, tu metti il canestro, ma non hai problemi, vero Steve?’.”

E andò così:

http://www.youtube.com/watch?v=S2BlOTeoZVE  

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