Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

 

Immaginate di essere educati sin da piccoli alla letteratura, all’arte e alla storia, magari nella splendida cornice di un college, un istituto immerso nella verde, sconfinata e desolata campagna inglese.

Pensate anche di venir pagati dallo stato per oziare, dedicarvi a quello che più vi piace, a ciò verso cui siete maggiormente inclini. Nessuna pressione, obbligo o dovere.

Sarebbe un quadro perfetto, la degna rappresentazione di come sarebbe la libertà se solo la si potesse rappresentare.

E proprio questa condizione, al contrario di quanto avevate immaginato fino a questa riga, è l’esatto opposto della libertà.

Quella che vi ho appena descritto non è altro che la gabbia dorata in cui sono dovuti crescere Kathy, Ruth e Tommy.

Schiavi dei bisogni altrui, pezzi di ricambio per un’umanità fragile che più di ogni cosa teme la sua fragilità e vuole curarla, non accorgendosi, così, di portarla solo a protrarsi nel tempo.

Kathy, Ruth e Tommy non sono altro che cloni, creati per sopperire alla mancanza di un polmone, un rene, il midollo osseo di chi li ha voluti.

Vorranno sovvertire la loro condizione ma se vi riusciranno lo leggerete voi stessi.

I loro rapporti si logoreranno e prenderanno strade diverse, per poi incontrarsi nuovamente nel posto a loro più adatto: un ospedale.

Qualcuno morirà, qualcuno troverà l’amore e qualcuno tenterà di prendere nuovamente in mano la situazione, e se riuscirà a ragionare con il sistema e a far in modo di cambiare il corso della storia dei cloni sarà tutto da leggere.

Il romanzo, definito dal Times il migliore del 2005, è incredibilmente vicino, se non quasi simile, per la tematica – e, diciamocelo, anche a livello di intreccio- alla pellicola di Michael Bay uscita proprio nello stesso anno.

Se dieci anni fa il mondo fosse ossessionato dalla possibilità di creare realmente dei cloni, e l’universo letterario e cinematografico si siano sentiti in dovere di fissare su carta e pellicola questo bisogno, non è chiaro ma una cosa è certa: mentre la pellicola di Bay potrebbe essere etichettata come l’ennesimo Blockbuster fantascientifico, il libro di Ishiguro mostra tutte le sfaccettature, ogni singola sfumatura (e no, non sono solo 50) dell’animo e delle sensazioni di persone create come cose che cercano in tutte le maniere di affermare la loro umanità, nel significato più profondo e sensibile che l’accezione “umanità” possa avere.

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