Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

“Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Oggigiorno si parte perchè non essere stato a Parigi o Londra viene vista come una menomazione, perché l’esperienza all’estero arricchisce il curriculum e per scappare, dimenticare e ricominciare.

Sono poche le persone che prendono aerei, salgono su treni e si affidano ad autisti piuttosto strampalati per andare a ricercare le proprie origini arrivando sino alle radici del proprio albero genealogico.

Tra questi pochi, diciamo pure pochissimi possiamo annoverare anche Jonathan Safran Foer, lo scrittore americano, noto sopratutto per il suo romanzo “Molto forte, incredibilmente vicino”.
In “Ogni cosa è illuminata” Foer racconta il suo viaggio in Ucraina alla ricerca di un passato che gli era sempre e solo stato raccontato da una nonna ormai morta.

Il viaggio non sarà soltanto una catalogazione attenta e precisa di ogni singolo fatto e vicenda accaduta a persone che ormai più che vivere nella memoria di qualcuno abitano la Madre Terra.

Ad accompagnare “lo scrittore” ci sarà una compagnia tanto interessante quanto particolare: un anziano guidatore più propenso a sonnecchiare sul sedile che a tenere gli occhi sulla strada, un cane isterico, spina nel fianco del povero Foer e Alex, interprete dalle abilità linguistiche discutibili e voce narrante del romanzo.

Si alternano con armonia scorci di un passato cupo e grottesco, stralci di realtà frustranti e bizzarri i quali, così incastrati fra loro creano un filo conduttore così inverosimile che quasi vale la pena di credere che effettivamente le cose siano andate davvero come il Safran del ventesimo secolo, o Alex vogliono farci credere.

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