Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

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Casa museo di Alda Merini. I navigli milanesi nascondono questo luogo affascinante che conserva nella sua segretezza tutta la genuinità di un mestiere singolare e di una personalità unica. Basta entrare e iniziare a leggere alcune poesie per lasciarsi avvolgere da un’atmosfera che fa ritornare alla profondità della nostra anima. Ed è lì che le parole mi sommergono, costruiscono nuovi ragionamenti, e allora capisco un’indubbia verità: le persone dicono che si scrive quando si sta male. Quando si sta bene non hai l’urgenza di buttare fuori lo sporco che hai nell’anima, sei rilassato, i muscoli si distendono e le mani non sono impazienti di lasciarsi trascinare da sinistra a destra. E mai niente, come i nostri stessi pensieri che si fanno inchiostro, sono capaci di farci compagnia, anche nelle notti senza luna. Chi scrive quasi mai lo fa per mostrarlo agli altri. Pensate alla poesia. Da secoli la gente si china su di un pezzo di carta per farsi sorreggere il cuore, fa a gara coi pensieri per tirare fuori quelli che meglio disegnano le sue sensazioni e non sempre ci riesce, ci si intestardisce, si litiga persino col cuore, alle volte. E alla fine quasi mai se ne esce vincitori. Ci rimane solo qualche riga, i capelli fuori posto, un mucchio di fogli accartocciati e macchie d’inchiostro ovunque. Eppure potrei giurare che non ci sia niente di più rigenerante. Perché mettere nero su bianco le emozioni è un modo di parlare diverso da qualsiasi altro. Qualcuno potrebbe giudicarlo vigliacco, come un dire le cose senza guardare negli occhi. Io invece credo sia molto di più. Scrivere ti sottopone ad una marea di giudizi, perché, chi legge, di te non sa nulla. Non può immaginare l’affanno nella ricerca di un vocabolo, né la rilevanza che dai ad una parola anziché ad un’altra, né se hai scritto quel verso ridendo o in lacrime, è un lavoro che ti espone semplicemente al risultato, che non fa apprezzare i frutti della maturazione né lo sforzo e le sensazioni provate nel modellarlo. “Scrivere è una forma sofisticata di silenzio” ho letto da qualche parte e credo che non ci sia niente da aggiungere. Una poesia non è solo il poeta che l’ha composta e le lettere in fila orizzontale che i nostri occhi vedono. Poesia sembrerebbe ricondurre a qualcosa di astratto, aldilà della carta, mentre io sempre più ne afferro la concretezza. Perché è di concreto la luce della candela sotto cui è stata scritta, è l’abbraccio che ha fatto scaturire un’espressione dolce, è il caffè di notte che ha fatto straripare i pensieri scacciando il sonno ed è gli occhi pieni di isole e orizzonti che l’hanno vista completarsi. E il bello di questo lavoro amanuense è che non è mai come uno se l’è immaginato. Poesia è anche questo. È lasciare che i demoni che ci affliggono vengano debellati per un po’, è uno sciogliere i tormenti. Ma la sua bellezza sta nel fatto che un significato autentico e statico non ce l’ha, è soggettiva, è da interpretare, è un codice di una cassaforte che per ognuno si apre con una combinazione diversa. E si ha persino una certa felicità nel constatare che non ci sono combinazioni giuste o sbagliate, ciascuno ha la sua, che sarà giusta a modo suo. Una poesia è come il mare. Fluisce con costanza e dove trova scogli si infrange facendo più rumore e più danno. E poi è libera, non sai da quali luoghi remoti inizia né se finisca in altri. Del mare conserva la chiarezza, la passione, la curiosità delle bollicine. E ha un vantaggio a noi sconosciuto: ci si adatta addosso seguendo le sinuosità del nostro passato, ha una parola che si incastona perfettamente in  un luogo dell’anima che solo noi sappiamo di possedere e la leggiamo addosso interpretandola coi segni delle nostre ferite e delle nostre risate, dei nostri sguardi e dei nostri dolori. Quando leggi una poesia non menti mai. Sai dove ti ha incastrato lo sguardo. E sai quale specchio è andata a rompere. Non ha bisogno di fare gesti plateali, ti sfiora dove serve, e ti può salvare.

Il fare poesia, forse, al giorno d’oggi suonerebbe scontato. Chi l’ha detto che c’è ancora chi è pronto a spogliarsi l’anima per farsi toccare le cicatrici? Non siamo la generazione dei tecnologici, dei disoccupati e dei senza valore? Forse è utopia sperare ancora di no. Magari fare poesia suonerà banale e sdolcinato, o qualcuno non troverà niente di assurdamente riuscito nel riempire di citazioni con un rossetto rosso lo specchio della propria stanza da letto come fece Alda Merini, ma mi auguro solo che questa generazione e i figli di questa umanità abbiano ancora la forza e la decenza di ammettere che questo è uno dei pochi modi per rimanere ancora autentici e conservare la semplicità nel cuore.

 

 

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