Testo di – LUCIA PIEMONTESI

 

Hans Schnier è un clown. Hans Schnier fa ridere. Hans Schnier è felice. Sembra essere questo un sillogismo aristotelico che possa stare alla base della concezione che la società ha di clown, ovvero di una persona pagata per far ridere e che, obbligatoriamente, non conosce la tristezza.

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Le opinioni di Hans Schnier, però, protagonista del romanzo Opinioni di un clown di Heinrich Böll, sovvertono e distruggono l’immaginario collettivo e riversano in esso delusione, frustrazione, insoddisfazione, insicurezza e precarietà. Dopo anni trascorsi sulla cresta dell’onda, Hans deve affrontare problemi quotidiani e, se vogliamo, ordinari: la compagna Maria lo ha lasciato per Züpfner, un incidente lo costringe ad un lungo periodo di convalescenza, la dipendenza dall’alcol mette a dura prova la sua salute, il denaro comincia a scarseggiare. Ma non è solo il presente ad angustiare la vita dell’ancor giovane clown tedesco: l’ipocrisia, la codardia e la viltà della sua famiglia fanno continuamente capolino e pesano fortemente sulle vicende personali di Hans. I genitori rappresentano la tipica famiglia borghese della Germania appena risvegliatasi con il miracolo economico: non credenti ma con un figlio, Leo, che ha iniziato la carriera religiosa, ossequiosamente rispettosi del potere tanto da sacrificare la figlia Henriette arruolandola nelle FLAK, milionari ma avidi e spilorci persino con i figli.

 

Il mondo e il contesto in cui Hans vive riflettono la contraddizione del suo essere e della sua professione: è come se in tutti questi anni non fosse stato in grado di trovare il suo spazio e il suo posto nel mondo in cui esprimere compiutamente se stesso, ma fosse sempre sull’orlo di scendere a compressi. Come se la propria felicità potesse dipendere da un compromesso! Le sue opinioni, le sue frecciate, le sue stonature e le sue stroncature aprono un varco nel muro dell’incomprensione e dell’incomunicabilità dietro al quale rischia di rimanere barricato, unico modo per rimanere vivo e per affermare la sua presenza, il suo Esserci. E’ facile, ma non semplicistico, collegare la figura di Hans, o forse sarebbe meglio dire la sua maschera, alla descrizione che Luigi Pirandello fece del comico: è come “una vecchia signora coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili”, che però “non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei”. A questo punto il riso lascia spazia ad un sorriso di malinconia, commiserazione e compianto, che scava e lacera a fondo, indagando oltre le apparenze. “Tutti sanno, cioè, che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lì non arrivano”, confessa Hans.

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Del resto, si sa, negli artisti la sensibilità e le emozioni hanno un valore e una pregnanza differenti: l’artista colleziona attimi, li sviscera, li fotografa, li manda a memoria, li rielabora. Tutto questo lavoro minuzioso e di catalogazione lo mette in gioco in prima persona, con tutto se stesso, le sue contraddizioni, il suo essere, il suo presente, il suo passato e lascia intravedere anche il suo futuro. Quello che, però, a prima vista può sembrare un gioco, è pericoloso e doloroso, perché la posta in gioco è altissima: è la propria personalità, il proprio essere uomo”. “Avevo voglia di piangere: la biacca sul viso me lo impediva, era così perfetta con quelle crepe, con quei punti in cui il gesso cominciava a sfogliarsi; le lacrime avrebbero rovinato tutto”: ecco cosa si cela dietro la maschera di Hans, dietro qualsiasi maschera. Si nascondono le lacrime, si nasconde il dolore, si nasconde una vita, si nasconde una persona. Il fatto che in latino la parola persona significasse maschera, la dice lunga sulle connessioni e le corrispondenze che vengono a crearsi.

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Un riferimento iconografico che potrebbe riuscire a riassumere questa commistione di malinconia, spensieratezza e disagio è la tela I saltimbanchi di Pablo Picasso: una famiglia circense unita ma distante, dispersa su uno sfondo arido e desertico, gli sguardi rivolti ad un altrove non meglio definito. Non molto diverso doveva essere lo sguardo di Hans Schnier sulle scalinate della stazione ferroviaria di Bonn mentre intonava le Litanie lauretane con la sua chitarra, in attesa che Maria tornasse dal viaggio di nozze …

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