Testo di – GIULIA BELTRAMINO

Da quando emettiamo il primo vagito a quando raccomandiamo l’anima a chi di dovere, giusto prima di esalare l’ultimo respiro, siamo circondati di gente che sente il bisogno di insegnarci a vivere, a stare al mondo, a comportarci più o meno correttamente verso noi stessi e il prossimo, inculcandoci un’ideale di positività e bene completamente soggettivo, reputato come universalmente riconosciuto. La totalità delle persone che ci circondano, da sempre e per sempre, vorrà fare di noi dei perfetti, coscienziosissimi e giudiziosissimi cloni poiché i concetti di morale e giustizia sono circa gli stessi dall’alba dei tempi, e tutti non possono fare a meno di conformarvisi.

Ci insegnano come vivere bene, essere felici nel rigore, nelle regole, che “ciò che è giusto è buono”, che “ciò che è dovere è giustizia”, e che “ciò che ci è dato fare è giusto e buono”, e che solo così vivremo sempre tutti felici e contenti, in una sorta di rotonda senza sbocchi in cui si può solo girare a vuoto fino ad esaurire la benzina e restare a piedi. Amen.


Dobbiamo riconoscerlo: da quando dirompiamo, urlando, fuori del grembo materno, veniamo automaticamente inseriti in un circolo virtuoso all’apparenza ma sostanzialmente vizioso che tenterà di renderci felici, ma non ci riuscirà.

É pura finzione pensare che il mero senso del dovere possa rendere felice l’uomo: quello che davvero lo rende felice, è il piacere.

Quello di piacere è un concetto piuttosto astratto e baluginoso, poiché sin dagli albori della civiltà umana si è più o meno rudimentalmente studiato cosa fosse, come considerarlo, come conseguirlo e come privarsene: dal Simposio di Platone a Les Fleurs du Mal di Baudelaire, da Keats, passando per Flaubert, a Orwell, a Bradbury, a Leopardi, a Baricco, e ancora Botticelli, Matisse, Picasso, Klimt, i romantici Schiller e Goethe fino ad arrivare ai futuristi. Ciascuno di questi letterati e artisti, poeti e studiosi, si è interrogato circa la felicità dell’uomo e prendendo in merito le più disparate posizioni.

Esiste tuttavia una sorta di denominatore comune fra tutti gli intellettuali sopracitati e che corrisponderebbe all’universalmente riconosciuta consapevolezza dell’esistenza di un non così profondo divario fra piaceri benigni e maligni: se durante l’epoca classica il piacere veniva considerato come una realtà benefica, positiva, persino talvolta divina, di cui approfittarsi in occasioni quali le Baccanali, i ritrovi fra membri dei medesimi circoli intellettuali -le eteríe o i tíasi-, o nell’intimità non solo tipicamente eterosessuale, poiché non erano rari i rapporti di pederastia fra membri della stessa classe sociale, finalizzati al rafforzamento della coesione tra pari, soprattutto con l’avvento della religione cattolica il piacere inizia ad essere associato all’idea di peccato, di errore, e considerato come qualcosa da rifuggire. É di qui che si sviluppa la filosofia che sta dietro al Puritanesimo e i vari fenomeni di auto-punizione, più o meno cruenti, erroneamente attribuiti al solo clero ma in larga parte condivisi e adottati da una società via via più fervida nel credere nella natura diabolica del piacere.

Tuttavia il percorso culturale intrapreso dal concetto di Piacere non si fossilizzerà sull’uguaglianza benessere-peccato, ma intorno alla prima metà del 1800 si sviluppa in Italia la corrente del Romanticismo il cui maggiore esponente sarà nientemeno che Giacomo Leopardi, celebre proprio per il suo dilungarsi nel trattare del Piacere da lui inteso come un concetto infinito, in tutto e per tutto sublime: è proprio a causa di queste sue caratteristiche sovrumane che l’uomo non potrà mai conseguirlo per intero, passando la sua intera esistenza dilaniato fra l’ansia di raggiungerlo e la consapevolezza di non potervisi nemmeno avvicinare. L’uomo, quindi, nell’ottica Leopardiana è un eterno infelice, insoddisfatto, consumato dalle manie di grandezza del suo amor proprio che lo spinge alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile ed eterno, il tutto sintetizzato mirabilmente nella poesia “La quiete dopo la Tempesta”, tratta dai “Canti”.

matisse_opera

Sessant’anni dopo sarà invece D’Annunzio a trattare l’argomento nel suo romanzo “il Piacere”, descrivendo lo stesso come una sorta di potente brama, di potente e inestinguibile anelito da cui è impossibile sottrarsi: ha inizio, intorno al XX secolo, la poetica del Decadentismo, caratterizzata dal rifiuto del Positivismo e dalla predilezione per temi e forme raffinatamente sensuali, talvolta vagamente venati d’irrazionalità. Nel medesimo periodo, anche nell’arte il tema del Piacere fa il bello e il cattivo tempo; inteso a livello meramente sensoriale, il piacere è una realtà tangibile solo alla sensibilità più intima dell’uomo e, se prima dominava un’arte formale, prettamente accademica, inizia a prendere piede una percezione di piacere ben diversa, a partire da Matisse per arrivare fino a Picasso: il piacere è diletto, è semplicità (e)legante ma, al contempo, dirompente. Le forme cubiste, ancora piuttosto acerbe, dei “Tre Musici” di Picasso trasmettono impressioni d’armonia mentre Matisse esplorerà il tema dando il suo personalissimo contributo attraverso le linee, sensualissime, dei corpi impegnati a danzare e i colori, densi e penetranti ma contemporaneamente ben nitidi. Un altro artista che ha molto da dire a proposito del Piacere è senz’altro Klimt che, nel suo “Bacio”, trasmette potentemente la passione di un semplice gesto, a tratti forse un po’ esacerbata, ma sicuramente pienamente vissuta.

picasso, tre musici chit

Fra Matisse e Picasso, in termini di tempo, si frappone la figura di Ungaretti il quale, nelle poche righe della sua poesia “Destino”, tratta da “Il Porto Sepolto”, prende posizione di fronte al Piacere: l’autore, come Leopardi, trasmette tutta la sua sfiducia verso una condizione umana di fatto dominata dall’infelicità, in cui l’insoddisfazione generale cede talvolta il posto ad un’insensata ricerca della felicità, destinata a rimanere senza esito.

Verso la metà del XX secolo, invece, si colloca Bertolt Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco che, nella sua poesia “Piaceri”, di fatto stila un catalogo di ciò che della vita gli procura benessere: ecco ancora un altro modo di porsi nei confronti del piacere, la pura sintesi, quasi si trattasse di uno sfogo infantile, di una lista della spesa finita per sbaglio in una raccolta di poesie, di un flusso di coscienza alla Joyce, è così il poeta illustra le semplici gioie della sua quotidianità.

In conclusione, si può dire che quello di Piacere è un concetto a lungo analizzato, sezionato, scandagliato a fondo, ricucito alla moda autoptica e steso in placida posa nella sua camera ardente metaforica, alla mercé di curiosi, amici, antagonisti e parenti; è stato preso a piccole dosi, come una medicina, rifiutato come veleno, ingurgitato furtivamente, come fanno le bestie con quel cibo che può essergli portato via da un momento all’altro, oppure assaporato a fondo come un vino dal delicato bouquet da un umanità talvolta bendisposta e talvolta indecisa, o indifferente, o annoiata, o magari ipocrita e perbenista; è stato spinto, strattonato, trascinato e fatto ruzzolare attraverso la storia fino ai giorni nostri dove ancora non si è stanziato ma langue, in attesa del prossimo bouleversement decisivo.

Già, perché sebbene si è appurato che il concetto di Piacere possa avere accezioni positive come negative, esso è veramente tale quando non si rende conto né delle proprie cause, né dei propri effetti, né dei propri limiti, e si fa largo a spallate in una tradizione ingrata, che vuole spingere tutto nel dimenticatoio, senza minimamente tenere conto di quanto questo iter sia prezioso ed educativo, in ogni aspetto e in ogni circostanza.

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