Testo di – FEDERICO LA PIETRA

 

Ci ritroviamo nel pieno scorrere dell’Acheronte, al centro di una fiumana di anime espressioniste e pittoresche che tentano di accedere al girone più eclettico ed infernale lombardo  per antonomasia, luogo di perdizione ed eccesso: il Plastic Palace.

La discoteca milanese più famosa del mondo, vera e propria istituzione culturale e rappresentazione nostalgica, nonché concreta, della Milano da bere degli anni Ottanta ha da sempre suggestionato, attraverso l’alone di irraggiungibilità e di rispettabilità che la attornia, tutti coloro che sono approdati nella metropoli italiana più chiacchierata del mondo, centro culturale e di interesse dal respiro europeo, per così dire, open minded.

Dinnanzi al “tempio plastico” noi, povere anime pie, ci prostriamo avvolti in lustrini e paillettes al cospetto di coloro che tengono in mano i fili del nostro destino: i selezionatori.

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Non basterà mostrarsi gentili ed affabili, non sarà sufficiente credersi “alla moda” o sfrontati sino all’inverosimile . La loro integrità è inattaccabile, la loro freddezza è irremovibile. Bisognerà presentarsi come surrogati strampalati dei miti che hanno varcato la famigerata soglia del club per poter sperare nella, spesso vacua, possibilità di poter accedere e far parte del team plastico, della realtà surreale e poliedrica racchiusa in quelle quattro pareti di cemento armato grigio topo che segnano l’inizio, o la fine, di un sabato sera qualunque.

All’esterno dell’edificio che fa da cornice ad un Carnevale in stile burlesque campeggia, appesa al muro, un’insegna al neon dove si legge chiaro e tondo “Killer Plastico”, preludio, questo, di ciò che ci si dovrà aspettare una volta entrati all’interno della prigione dorata più glitterata d’Italia.

Non una comune discoteca. Non una comune musica. Non una comune animazione. Non una comune gente.

Il Plastic è di più.

Code di carri umani addobbati a festa sfilano sul red carpet milanese con aria saccente ed inquisitoria.

Si tratta di persone che indossano una maschera intrisa di segni indentitari tangibili e vividi.

Fanno parte di quella categoria ibrida che, oggi, siamo soliti definire “espressionisti”, non radical chic qualunque ma persone che fanno dello stile il fardello sociale della propria personalità, il simbolo caratteristico per eccellenza.

Personificazioni di un glamour dal sapore vintage e malinconico, gli espressionisti nostalgici si presentano cupi e dall’atteggiamento marmoreo ed impeccabile.

All’interno del loro gruppo, vige una sottospecie di accordo proselita che li lega in maniera tacita e indissolubile. Un patto, questo, che si colora dei toni scuri e ombrosi di uno struggente ricordo ad un passato che avrebbero voluto vivere in prima persona. Sono persone che vivono di musica, di mozziconi di sigarette fumate troppo in fretta, di Dr Martens lacerate e slacciate, così come le loro anime, a volte, apparentemente perse.

La regola che vige, nel loro codice, è semplice: ognuno di loro è un dio, carnale e peccatore, ma pur sempre un dio e da déi quali ci si sente bisogna presentarsi sicuri di sé, sfavillanti e pavoneggianti.

Sono loro il pubblico pshyco del Palace, la gente che anima il popolo e che lo affascina in un gioco di attrazione letale, inducendo chiunque ad un cambiamento, ad uno scambio di identità incessante e continuo.

Bustini di pelle e calze a rete corrose abbracciano, soffocando, gli esuli corpi delle ragazze per bene che, per una sera o per una vita, hanno deciso di andare oltre ad i propri limiti.

Tacchi vertiginosi e occhi imbrattati di nero rimarcano la personalità di donne e uomini normali che si sentono pronti a manifestare il proprio sé e tutta la frammentarietà che li contraddistingue.

La famosissima “sala degli specchi” posizionata accanto al gotico spazio adibito a guardaroba, sembra rappresentare senza indugi la poliedricità del popolo plastico che accoglie al proprio interno.

Piccoli rettangoli di vetro riflettono le immagini di uomini spezzati e geometrizzati.

Una figura, l’insieme, picassiana.

Un’asimmetria, il risultato, che sembra essere il chiaro manifesto di ciò che si ricerca in quello spasmodico luogo: il momento, notturno, in cui poter manifestare liberamente, condividendo, il nostro lato oscuro, le nostre fantasie recondite, le nostre perdizioni immaginate ma mai realizzate.

Suona come sottofondo una cover di Battisti cantata da Mina. La si riconosce,è “fiori rosa fiori di pesco” in chiave urlata e dance.

La gente si agita, si muove sincronicamente assieme in maniera allucinata e dispersiva allo stesso tempo.

Le mani sono puntate al cielo, i corpi sono estraniati dallo spazio-tempo in cui si trovano, i colori si fanno scuri e il privée apre le sue porte.

Il dantesco “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, sembra essere lo slogan di una serata ineguagliabile.

 

 

 

 

 

 

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