Scritto da – Vito Pugliese

 

Oggi  quarant’ anni fa l’ Italia veniva sconfitta.

Amaramente ricorre anche quest’ anno l’ anniversario della morte di una delle voci più eminenti della nostra letteratura, e forse di quella mondiale.

Amaramente il giorno di commemorazione dei defunti ricorre una data che ha segnato un passo gigante della nostra storia nazionale.

Moriva quarant’ anni fa Pier Paolo Pasolini, intellettuale, regista, pensatore, scrittore e poeta italiano.

Il nostro Stato oggi, a distanza di quello che è stato, senza voler negare ciò che ormai è evidente, uno dei più brutali omicidi politici, celebra il poeta delle borgate con un ritardo che fa paura, perché intriso di sangue, omertà e mistero.

Pier Paolo Pasolini nasceva a Bologna il 5 Marzo del 1922. Dopo una vita costellata dalle difficoltà, negli anni ’50 Egli e la mai troppo amata madre si trasferiscono a Roma, dove vivono in una stanza in affitto in Piazza Costaguti. La madre fa la cameriera, il figlio si rimbocca le maniche e cerca, pubblicando qualche articolo e correggendo le bozze dei giornali locali, di farsi strada nel mondo del lavoro. Un lavoro, che ancora oggi non possiamo dire sia univoco.

Di Pasolini ha sempre colpito la poliedricità. Un vero e proprio studioso dell’ espressione. Non intellettualistico alla Queneau, ma pragmatico, come uno scienziato che si trova di fronte la materia del suo esperimento e la deve analizzare sotto ogni sfaccettatura. Cinema, Drammaturgia, teatro, sceneggiatura, romanzo, poesia. Ogni tentacolare e camaleontica forma che la parola può assumere gli apparteneva.

Sono proprio gli anni romani che lo rendono il Pasolini di borgata che conosciamo noi oggi. A Roma stringe le amicizie più durature; quella con Sandro Penna, che lo affiancava e gli teneva testa in quanto a profondità e sentimento; ma anche quella con un imbianchino, che passerà alla storia come uno dei grandi registi italiani degli anni ’60, Sergio Citti, il quale gli insegna il romanesco e per tal motivo viene battezzato da Pasolini un “dizionario vivente”.

In seguito conoscerà Gadda, Bertolucci ( padre, ndr), la Fallaci.

Accetterà un posto da insegnante, per un motivo prosaico, che descriverà con una lapidaria espressione: il bisogno delle 150mila.

Comincia a lavorare per i primi progetti cinematografici e letterari.

Nel ’55 viene dato alle stampe “Ragazzi di Vita”, romanzo sublime e crudo sulla vita dei ragazzi delle borgate romane, che Pasolini usava frequentare. Il libro viene bollato dai democristiani come osceno e pornografico. Persino Antonio segni chiede al tribunale di Milano di aprire un fascicolo sul libro e di cominciare un processo. Ovviamente il processo si concluderà con un’ assoluzione piena.

Dopo “Ragazzi di Vita”, ci sarà l’ evoluzione più introspettiva dello stesso, “Una Vita Violenta”, e poi come un fiume in piena, gli altri scritti.

Tra critiche, minacce, timidi sostegni e arroganti tentativi di intralcio, l’ opera Pasoliniana tutta non lascia mai nessuno indifferente, ancora oggi.

C’è chi ne coglie l’ essenza meramente descrittiva e tristemente realistica e chi si sforza di demolire, perché non capisce o perché capisce sin troppo bene.

Oggi, da lettore moderno, mi viene da dire, in tutta onestà, che alla seconda categoria si possono annoverare i suoi assassini. Non parlo di chi materialmente ha commesso il  fatto, è chiaro. Parlo di chi l’ ha escogitato. Parlo di chi, dall’ alto della sua furbizia e dal basso della sua amoralità si è permesso di contrastare l’ opera di ricerca di un pensatore, che, seppur scomodo, rimane un essere umano.

Non vorrei però ricadere nel banale. Oggi però, io penso, abbiamo tutti il diritto di sapere. Abbiamo il diritto di sapere cosa stava succedendo in una nazione devastata da una moderazione puritana e moralistica, che spingeva tutti ad essere così fintamente tolleranti. Educati e ben vestiti, ma violenti come bestie nell’ animo. Tutti pronti a mentire davanti ad uno specchio. Tutti lupi travestiti da agnelli. Una situazione che era così calma e così pesante  spingeva ovviamente Pasolini a indagare, a indagare tra le pieghe più bieche e celate della politica, che il popolo non riesce a vedere ( e che oggi sono ancora più nascoste di prima).

Tutto ciò era incarnato da una classe politica, che si vestiva di una cristiana moderazione ed era disposta, pur di mantenere il potere, a scendere a patti e a compromessi, che hanno reso la popolazione inconsapevole dell’ incubo che stava vivendo. Un labirinto di voci, facce e ombre, da cui solo in pochi sapevano uscire. Ecco, Pasolini non solo era uno di questi, ma nei suoi romanzi, così scabrosi per i benpensanti, ricostruisce con rigorosissima precisione lo schema architettonico di questo labirinto. Egli aveva capito quali fossero i poteri forti in questo Stato e stava per smuovere le masse. Stava per importare all’ interno del confine alpino un concetto a cui noi italiani non siamo abituati: la rivoluzione.

Un sobillatore di masse insomma. Prima però Pasolini era uno che le masse le conosceva bene, fin troppo bene. Quelle masse, che il potere o, per usare un’ espressione cara a Furio Colombo, la situazione aveva relegato nelle periferie informi all’ interno dei grigi e anonimi palazzi dell’ Ina Casa. Di quelle masse Pasolini era il segreto amante e l’ avido osservatore.

Oggi si può dire che ci sia un poeta civile in Italia ? Essere poeti civili significa sporcarsi le mani, significa andare a fondo e toccare con mano l’ insicurezza e la voglia di emergere che sono alla base dell’ aggressività e della pericolosità dell’ uomo. Poeta civile è chi con una lente esistenziale osserva i moti della società, carpendone attentamente le direzioni, le variabili e, soprattutto, le cause, prossime e remote.

Pasolini arrivava dove la situazione non arrivava: nelle periferie, nei tetri, grigi anonimi quartieri popolari. Un poeta per niente avvezzo alle case borghesi, con televisioni, piccoli bagni, cucine che allora cominciavano a vedere la tecnologia e divani foderati. Un poeta che con la sua forza espressiva e la sua polemica vis faceva esplodere la tensione ben educata, ben parlante e cristiana che giaceva sotto le simpatiche villette a schiera dei quartieri residenziali, mettendo a nudo tutte le ipocrisie, le storture e le piccole violenze che regnano nei nuclei sociali borghesi.

Al potere fa comodo avere una popolazione che va a messa la domenica, lavora, fa figli, mangia pesce al venerdì, ha la casa al lago e non si fa domande. Al potere conviene tenere silenziosamente sotto il suo schiaffo generazioni di uomini mediamente aggiornati, mediamente colti, mediamente istruiti, tendenti all’ ubbidienza, rispettosi della regola e poco curiosi. Al potere non fa comodo, invece, avere un omosessuale che pensa, ripensa, fa domande, cerca risposte, esplora il mondo dei reietti, dove si accumulano tutte le nefandezze della società, e poi torna nel mondo civile e regolare a raccontarle.

Detto in una sola parola, al potere non fa comodo avere in casa un diverso.

Per la verità, a nessuno fa comodo avere in casa un diverso. Il diverso porta necessariamente e involontariamente al confronto, alla messa in discussione e all’ incertezza.

In un mondo di incertezza, in cui ognuno ha valori diversi, come si fa a comandare ?

Non si può. E alla fine non si può comandare nemmeno in un mondo uniforme e piatto.

Come battuta finale, vorrei riprendere le parole di Moravia, al funerale di Pasolini, quando preso dall’ emozione gridò che avevano ucciso i poeti e i poeti sono sacri.

L’ Italia è un Paese in cui si uccidono i poeti. L’ Italia, ed è faticoso quanto catartico ammetterlo, è un Paese per chi non pensa, per chi si attiene alla rigida imposizione dei padri. Facile è ubbidire al padre, facile è attenersi alla regola imposta dall’ alto, rigare dritto e fidarsi delle indicazioni che vengono impartite. Si va per una strada battuta, si va in discesa e non si incontrano ostacoli. Se non si ubbidisce, si è irrispettosi e maleducati. Questo ce lo insegnano fin da quando siamo bambini. Nessuno ci dice che disubbidire è più arduo che ubbidire e come ogni cosa, se è più difficile, paga di più. Nessuno ci indottrina alla nobile arte del dire di no a chi ci dà delle regole. Ci insegnano che i ribelli sono persone da evitare, perché alla base vi è l’ idea malsana che rompere gli schemi non richieda intelligenza. Il risultato ? Diventiamo prigionieri della nostra stessa educazione, non conosciamo i nostri limiti e viviamo una vita da gobbi, schiacciati sotto il macigno ingombrante della paura. Il peso della convenzione ci toglie il fiato come una stia e alla fine ci condanna alla piattezza e all’ oblio. Se solo potessimo rompere tutto ciò, se solo volessimo cominciare a vivere la pienezza della vita, senza badare alla rigidità della tradizione e del costume, la lezione di Pasolini sarebbe fruttuosa e le sue parole vibrerebbero nell’ aria, come candide perle di rugiada.

Quando i giovani disubbidiranno ai loro padri, forse per l’ Italia ci sarà ancora una speranza.

Oriana Fallaci disse che si era spenta una luce quella lunga e tragica notte all’ idroscalo di Ostia. Io aggiungo che la si è spenta di proposito e con il beneplacito di una popolazione a cui il buio, per un motivo o per un altro, ha sempre fatto comodo.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata