Testo di – DAVIDE LANDOLFI

 

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Katy Perry dovrebbe cambiare il proprio nome d’arte in “Macchina da guerra”: unica artista ad aver eguagliato il record di Michael Jackson, ottenendo cinque numero 1 con cinque singoli estratti da uno stesso album (Teenage Dream), recentemente con la sua Roar è riuscita a vendere 3 milioni di copie in 9 settimane, infrangendo un primato raggiunto tre anni fa proprio da se stessa (California Girls impiegò 11 settimane per raggiungere lo stesso risultato). Senza contare che nella lotta Perry-Gaga lo scettro di regina delle charts lo ha ottenuto la prima, lasciando alla seconda solo le briciole.

E con questo terzo Prism la musica sembra non cambiare: uno dei ritorni pop più attesi, annunciato come un disco più cupo rispetto ai precedenti One Of The Boys o Teenage Dream e sicuramente più maturo, dove sono presenti tutte le premesse per un ulteriore successo. Collaborazioni super-pop, ritmi accattivanti, testi molto catchy e il suo tipico colore musicale (anche se in effetti un po’ sbiadito nel puntare ad un rinnovamento più “serioso”). Insomma, la Perry, con Prism, continua a non andare oltre il suo naso, scegliendo ancora una volta la via dell’hit trita meningi di cui Roar è sicuramente l’esempio più lampante. Pop energico che lascia un po’ il tempo che trova e che ha anche dovuto subire l’accusa di plagio (qualcuno vada ad ascoltare Brave di Sara Bareilles). Certo, un pezzo come Roar in un disco come Prism stonerebbe, e non sarebbe in grado di reggere il confronto con quella che è la visione d’insieme di un lavoro che ha tutt’altro da offrire. Da dimenticare il più in fretta possibile insieme all’imbarazzantissima This Is How We Do: la peggior traccia dell’intera discografia perryana.

Un primo assaggio del potenziale di Prism lo si ha con l’orientaleggiante Legendary Lovers, dai tamburi ipnotici e tribali. Senza ombra di dubbio una delle migliori del disco.

Segue la frizzantissima Birthday, dove trombe squillanti faranno ricordare ai nostalgici la Mariah Carey degli esordi, come affermato dalla stessa Perry. Katy è un vulcano di allegria contagiosa e si diverte a stuzzicare l’ascoltatore con un testo accattivante, facendo proseguire l’atmosfera festaiola e danzereccia con Walking On Air, che sembra spedito direttamente dagli anni ‘90.

I toni vengono smorzati dal secondo singolo Unconditionally, scritto e prodotto dagli ormai inseparabili Dr. Luke e Max Martin, insieme alla collaborazione di Cirkut. Una ballad emozionante dai bassi martellanti e dal testo struggente. Sicuramente l’ennesimo successo targato Perry.

Sonorità urban e cupe in Dark Horse feat. Juicy J, che regalano il picco più alto a un disco che, da ora in poi, perde l’allure creata con le prime sei tracce.

Copia e incolla e disco-filler, Internation Smile annoia: qualcuno faccia riascoltare alla Perry Last Friday Night (T.G.I.F.). Spezzata e senza quell’appeal che contraddistingue i singoli, Ghost potrebbe avere del potenziale: ma non decolla, esattamente come Love Me (prodotta da Bloodshy – Toxic, Britney Spears), che non riesce a farsi ricordare.

Continua il viaggio nel tempo (e nella discografia delle colleghe) fermandosi al vibe anni ’80 in This Moment, che ricorda, in modo quasi imbarazzante, Dancing On My Own della ben più visionaria Robyn. Un pezzo che si lascia ascoltare, ma che, purtroppo, rimane privo di personalità. Si ritrovano beat ‘80s anche in Double Rainbow, scritta insieme a Sia e Greg Kurstin (Lily Allen, Ellie Goulding), che di per sé risolleverebbe anche le sorti di un disco che ha perso un po’ del suo potenziale. Ma, ahimè, una traccia sola in mezzo al nulla può fare ben poco. Così come By The Grace Of God, la solita ballad che chiude la stragrande maggioranza dei dischi pop. Ottime la produzione e le liriche, ma rimane ferma lì, sospesa.

Nuovamente sonorità anni ’90 in Spriritual, che ricorda, vagamente e in maniera azzardata, la Madonna di Ray Of Light. Ambiziosa, It Takes Two, poteva tranquillamente essere inserita nella standard edition al posto di essere relegata nella deluxe edition, soprattutto laddove, tra le autrici del pezzo, si ritrova un’eccellentissima Emeli Sande. Chiude l’intera fatica di Prism, Choose Your Battles, una marcetta sperimentale irritante e confusionaria.

Prism è un disco a metà: parte in quarta e quando ingrana mantiene un’andatura lenta, poco esaltante ad eccezione di due o tre tracce. È un disco che sembra avere un certo potenziale, ma che finisce per giocarselo nel suo facile appagamento del grande pubblico. Rappresenta sicuramente un punto di maturazione, ma Katy Perry sa bene che non conviene abbandonare un viale già lastricato di successo: è un pop scontato, a tratti stupido, perché è esattamente questo ciò che le viene chiesto dall’audience. Manca l’aspetto frizzante e coinvolgente tipico dei suoi precedenti dischi, e i toni cupi poco si addicono ad una che del colore ha fatto un suo cavallo di battaglia. Annoia, il tutto è relativamente trascurabile: da dimenticare.

Voto: 4

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