Testo di – ANDREA RIZZO PINNA

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A prima vista sembra un omino qualsiasi: mediamente alto, snello e dal profilo  particolarmente elegante; ha un’espressione malinconica e un po’ stralunata; guarda in alto, rotea velocemente gli occhi e comincia a fissarti, ritto e immobile; all’improvviso si muove, ma casca su se stesso in maniera goffa, si rialza, si guarda intorno e ritorna sui propri passi come se nulla fosse successo. Costui, signori, è Buster Keaton, ed è qui per farvi ridere.

Probabilmente, la sfortuna principale del comico americano, all’anagrafe Joseph Frank Keaton, fu l’essersi trovato a fare cinema nello stesso periodo in cui Charlie Chaplin conquistava le sale cinematografiche con i suoi immensi capolavori. Ciononostante, Keaton è considerato all’unanimità un gigante del cinema muto classico.

La sua carriera comincia da giovanissimo, quando nel 1899 il padre Joseph, attore di teatro, lo presenta alla sua compagnia teatrale come membro debuttante; l’entrata nel mondo della settima arte, datata 1918, fu per Joseph solo l’inizio di ciò che proseguì poi in una serie di partecipazioni, in veste di attore, a corti e mediometraggi di qualità nettamente inferiore rispetto a quelli diretti o co-diretti dallo stesso Keaton.

È solo nel 1920 che la sua carriera arriva ad un punto di svolta, grazie al sodalizio lavorativo con il regista Eddie Cline; insieme, i due danno vita a quel tipo di comicità slapstick, basata principalmente sulla fisicità e movimenti dei personaggi, che verrà in seguito ripresa ed ampliata da molti altri maestri del cinema, uno fra tutti Woody Allen nei suoi primissimi lavori.

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Ma il contributo che Keaton apporta in questo senso è indiscutibilmente innovativo: nei suoi film, ogni ordine dettato dalla logica viene invertito sotto gli occhi sbigottiti dello spettatore.


Prova inconfutabile del suo talento è il corto One Week (1920), in cui Keaton ed una giovanissima Sybil Seely portano in scena le vicende di una coppia di neo sposi, intenti a fabbricare personalmente la propria abitazione; sfortunatamente per loro, le cose non vanno come dovrebbero e la costruzione della casa si rivela più complicata del previsto. Questo è un classico esempio di come Keaton riesca, con la sua arte, a trasformare qualcosa di banale (come la costruzione di una casa) in un intrigante gioco di equilibrio, tempismo e movimento, condito da un uso sapiente e preciso della macchina da presa.

In un’altra piccola gemma del cinema muto, Convict 13 (1920), in cui Keaton si trova coinvolto in uno scambio d’identità con un bandito in fuga, tutta la forza della narrazione risiede nella consapevolezza, da parte del pubblico, dell’innocenza del protagonista, il quale mostra un atteggiamento sereno e spavaldo tutto il tempo, sebbene sia stato condannato a morte.

Quella di Keaton è, in fin dei conti, una personalità geniale che si manifesterà pienamente nel suo capolavoro Sherlock Junior (1924), una delle vette più alte del cinema muto e probabilmente uno dei migliori film di tutti i tempi: l’opera raggiunge lo status di avanguardia poiché il regista riesce a creare illusioni ottiche complesse, come i varchi nella dimensione spazio-tempo, solo mediante l’uso magistrale della cinepresa. Tale pellicola, insomma, rappresenta un concentrato di idee geniali in grado di assumere una forma armoniosa all’interno della trama, semplice ma ben costruita, che strizza l’occhio anche alla letteratura gialla di stampo classico.

In The Navigator (1924), un Keaton in veste insolitamente borghese riesce a portare una fanciulla in salvo da un branco di cannibali, sopra una nave da viaggio completamente vuota a causa di un complotto di spionaggio. Ancora una volta, è sorprendente come l’artista riesca a far ridere senza mai scivolare nella banalità, incastrando i momenti comici a quelli di riflessione, in una sorta straordinario puzzle visivo.

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Con The General (1926) il miracolo si ripete: costruito come aperta critica all’uso della violenza, il film racconta gli sfortunati eventi di un comune ragazzo che si ritrova, suo malgrado, nel bel mezzo della guerra di secessione americana. Questo lavoro è considerato l’esempio perfetto del meccanismo comico di Keaton, oltre che una rivoluzionaria operazione commerciale che porta l’opera ad acquisire di diritto il titolo di pietra miliare del cinema muto.

Con l’avvento del sonoro nel 1929, l’estro creativo di Keaton incontrò non poche difficoltà che lo condussero ad una profonda depressione; le eccellenze raggiunte nel periodo del muto non vennero più replicate, e il regista si vide costretto a prendere parte ad una serie di film che non furono in grado di esaltare la sua peculiare presenza scenica.

Keaton non abbandonò mai il cinema. Difatti, continuò a recitare per il resto della sua vita in diverse pellicole, tra cui Luci della ribalta (1952) di Chaplin (in cui ricoprì un piccolo ruolo), e lavorò con Alan Schneider al bellissimo cortometraggio Film (1964). Ricevette anche un tardivo Oscar alla Carriera nel 1960.

 

Nel 1966, Keaton muore per un cancro ai polmoni (di cui egli stesso era all’oscuro), portando con sé l’immagine di un grande cineasta, che ha trasformato il mero intrattenimento della macchina cinematografica in arte magnifica e visionaria, e che, purtroppo, come tanti altri, non ha mai goduto davvero del riconoscimento che gli spettava, brancolando nel limbo delle leggende dimenticate da tutti. O quasi.

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