Testo di – DAVIDE PARLATO GIUSEPPE ORIGO

Foto di   – MARTINA MARMO

 

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“Allevi è un grande musicista, il miglior pianista in circolazione!”

No guarda, ti posso assicurare che non è vero… cioè, si sa vendere molto bene ed è un fenomeno pop, ma in fin dei conti si limita a fare delle gran scale

“Ah davvero? Falle te delle scale come le fa lui”

Giunti a questo punto della conversazione, solitamente, mi limito a cambiare argomento e a lasciar perdere, non reputo valga la pena proseguire il discorso.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire…

La location favolosa dei giardini del castello di Tortona, provincia di Alessandria, prevede un grosso palco arroccato su un bricco raggiungibile solo a piedi, previa ingestione di steroidi e bibite energetiche, o con una comoda navetta fantasma della quale si è scoperta l’esistenza solo una volta in cima (tristemente senza l’ausilio dei sopracitati stimolanti).

Un concerto di Raphael Gualazzi è sinonimo tanto di qualità che di intimità: vuoi per esigenze di genere, vuoi per l’affiatamento di un pubblico che non è mai troppo numeroso ma che sente una viva passione per quel suo modo unico (almeno in Italia) di portare il jazz alle orecchie dei meno navigati, vuoi per il suo stesso stile comunicativo. Comunicazione verbale praticamente assente più che compensata dalla componente musicale, poderosa e avvolgente. Si perché la timidezza sul palco del pianista marchigiano (ora sempre di più internazionale però) non si fa sentire come un difetto nella sua performance, ma quasi come una necessità intrinseca di vivere la dimensione musicale nella pienezza dell’ intimità e della sinergia artistica, riportando il jazz a quella dimensione scanzonata da cui il mercato discografico era riuscito negli ultimi anni a strapparlo, isolandolo nell’ olimpo della “musica colta”, per definizione inconciliabile con tale genere, a base fortemente popolare.

E infatti Gualazzi trasmette dal palco vitalità, grande potenza sonora e anche molta ironia rag, accompagnata anche momenti di grande pathos più contenuto, un’esperienza che è stata maturata soprattutto nell’ultimo album (proprio quello performato nella tourneè) “Happy mistake”, molto più pulito e contenuto che i precedenti due. Nella sua riservatezza e nella sua concentrazione sullo strumento, Gualazzi non manca di mostrare l’emozione di un artista che esplorando la musica si diverte e riesce a divertire il pubblico, che malgrado il freddo siberiano che batteva sul colle alessandrino, alternato con botte di afa subsahariana accompagnata da relative sciamate di zanzare che facevano supporre di essere in un centro AVIS piuttosto che a un live jazz, si è ritrovato immerso nel calore di una viva esibizione di musica e di sentita e genuina gioia: e questa, anche se sembrerebbe scontata, non è una cosa da poco essendo fra i leitmotiv del genere in questione.

Musicalmente parlando Gualazzi e la sua band sono dei mostri: lui già solo potrebbe impressionare con il suo maccato talento sia nel virtuosismo tecnico quanto nella scelta dei colori della sua musica, ma la presenza di un gruppo di altri nove musicisti è in grado di alzare ulteriormente la qualità del tutto senza risultare superflua o barocca. Chitarra, basso-contrabbasso, batteria, tre ottoni e tre coriste sono acquisti impagabili all’interno del gioco sonoro del concerto, talentuosissimi e in un certo modo protagonisti, al pari del pianista, della serata, anche senza la necessità di elevare la propria voce al di sopra di quella dell’artista centrale. Nel complesso un vero spettacolo punteggiato da cambi di ritmo effettuati con vergognosa facilità, variazioni e alterazioni come se piovesse, grande talento tanto nell’improvvisazione solistica quanto nel “lavoro di squadra” di quella che ricorda, per complessità degli intrecci sonori, una di quelle big band degli anni ’20 e ’30: tutto quello che l’album studio, per chiare esigenze commerciali e non, non può dare all’ascoltatore.

E quindi grande musica, chiaramente legatissima ad esperienze quali il jazz, il soul, il blues, lo swing (da cui trae la vitalità, la tecnica, la bravura musicale e anche l’ironia), ma allo stesso tempo contaminata da esperienze più recenti come il pop o l’R’N’B (da cui guadagna novità e garanzia dell’ascoltabilità).  Immancabili i successoni dell’ultimo album, tra cui “Don’t call my name”, “L’amie d’un italien”, le sanremesi “Sai (ci basta un sogno)” e “Senza ritegno” (che sono sicuramente le più ascoltabili ma anche le meno speciali nella spettacolare bellezza del repertorio di Gualazzi), e poi la soulissima “Seventy days of love” dalle sonorità EarthWindAndFireiane e “Beautiful”. Poi riproposizioni anche riarrangiate (grandissima nota di merito) degli album precedenti come l’internazionale “Madness of love”, “Reality and fantasy”, l’omonima proprio dello scorso album, “Love goes down slowly”, la virtuosistica “Scandalize me”, “Carola”  e una inaspettata “Sarò sarai”. Per chiudere, un hommage “alla grande musica italiana” (nelle rare parole del maestro) con “Improvvisazioni sul tema di Amarcord” (dall’incredibile tocco intimo e capace di regalare un’emozione così verace e così vicina a quella che il felliniano film riesce a donare) e alcune cover di pezzi soul-black americani. La band infine ci saluta con un grande “Thank you” black-gospel, dopo due ore di fantastica esibizione, freddo e zanzare.

In poche parole: tutto quello che Gualazzi sa donare e che i veri amanti del genere non riescono a trovare nelle sue pubblicazioni, è questo il concerto tour “Happy mistake”, una performance di un album che sembra essere un po’ lontano dal solito vecchio Raphael ma che in realtà si rivela ricco di sorprese.

“Allevi è un grande musicista, il miglior pianista in circolazione!”

CHIUDI LA BOCCA E VATTI A SENTIRE UN LIVE DI GUALAZZI,

PIRLA!

gualazzo

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