Testo di – FEDERICO SCARFò

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“Sto scrivendo l’articolo più bello del mondo!”

“No, scusi, qui non trattiamo articoli, avrebbe mica un avverbio?”

“Come?”

“Perfetto, grazie.”

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Ci sono storie che ci accompagnano per una buona parte della vita. Ci si affeziona a una serie a fumetti, si comprano gli albi, e l’innamoramento rimane. Ci sono storie che invece leggiamo per caso, e che lasciamo nella polvere, storie che non hanno fatto altro che sfiorarci. Ma le storie che ci porteremo sempre dietro e che ci tormenteranno, saranno solo le nostre.

Così il numero 100 dell’inossidabile giornalino di Leo Ortolani è una storia fatta di storie, una scusa e al tempo stesso un incontro. Raggiunti i cento numeri, con quasi venticinque anni di pubblicazione alle spalle, Rat-Man è un fumetto che ha trascinato con sé moltissime delle persone che si sono fermate a leggerlo, è un fumetto che fa ridere, ma che fa anche smettere di ridere, per un attimo, mentre le immagini si muovono veloci sulla pagina e si tiene il fiato sospeso.

Contemporaneamente, parla di cose.

Del potere, dell’amore, dell’Ombra e delle luci degli uomini, dei padri e dei figli, di Dio, che sia una mano gigante, il Dio creatore del fumetto, o un Dio con cui parlare faccia a faccia, ma che alla fine non fa nulla, come quello vero (Rat-Man: “Ti preferivo nel Vecchio Testamento! Come mai sei diventato così allegro?” Dio: “Ho avuto un figlio.”), che sia un crocifisso silenzioso o che sia Leo Ortolani. L’autore stesso, in questo ultimo numero, è il protagonista. Per chi non lo sapesse, dall’inizio della saga Ortolani aveva promesso ai lettori che avrebbe concluso la serie con il numero cento, ma con l’avanzare del tempo è stato costretto ad ammettere che non ce l’avrebbe fatta.

Perché il mondo di Rat-Man, i suoi personaggi, le sue storie l’hanno tenuto in bilico, l’hanno costretto a seguire un sentiero diverso da quello a cui si era preparato. E il numero cento è costruito attorno a questo, a questa promessa infranta. L’albo avrebbe dovuto essere un finale grandioso, a spazzare le nuvole di dubbio che ancora avvolgevano la storia del Ratto. E invece a guardarla poco attentamente, sembra una raccolta di storie a cui Leo sta lavorando, come “La Mucca che dorme” o “Lo Obbi”, e progetti passati, come la storia inviata all’Eternauta nel 1989, a cui poi fu preferito Rat-Man e che si intitolava (si intitola) “Ognuno ha i suoi problemi” ed è presentata con i tratti stilistici del Leo di una ventina di anni fa, quando Rat-Man era alle prese con assassine seducenti, torroni giganti, robot ciclopici e nani gialli che nascondono segreti e amori grandi come lo spazio.

Ma “lo squalo deve continuare a nuotare, se si ferma poi muore”, e la saga si è evoluta, Rat-Man è invecchiato e le sue imprese sono diventate mano a mano più ardue, più complesse, più ricche di sfumature e di significati. Le storie hanno iniziato a durare costantemente due, tre, quattro, sei albi e l’attesa per i lettori, per noi lettori, era il miele. Infine, è arrivata lei. La storia, ma anche la morte.

E’ significativo come Leo Ortolani prenda il distacco dall’” immortalità” dell’artista, come affronta con la coerenza e la paura di un uomo quella figura nera che lo insegue.

“A chi avrei assomigliato, quando avessi compiuto quarantasette anni? A Cary Grant? A Clint Eastwood? Oggi, finalmente, lo so. […] Assomiglio a mia nonna.” Leo Ortolani si presenta in veste di Dio alle sue creature, nel loro mondo, pronto a distruggerlo e tuttavia è sempre più umano, sia perché non ha il coraggio di distruggerlo di persona, ma delega il compito al vecchio protagonista di “Ognuno ha i suoi problemi”, sia, soprattutto perché quando la sua salvezza gli viene comunicata, quando viene salvato da quella fine miserevole del mondo che aveva tanto faticosamente costruito, scava dentro se stesso, trova la chiave e la fonte delle sue miserie, la paura della fine e del tempo che avanza e taglia fuori l’uomo.

Si perdona la promessa infranta.

La saga del Ratto non finirà qui né si sa tra quanti numeri. “Una serie a fumetti nasce, cresce e finisce. Come tutte le cose. Come me. Perché ormai ho 47 anni, e non mi basterà il tempo per raccontare tutte le storie che ho nella testa.” Anche nel giornalino di un supereroe, nato per essere la parodia di Bat-Man, Leo ha sempre comunicato ai suoi lettori che il vero potere è nelle mani delle persone, della gente.

L’uomo è incredibile, persino un nanetto stupido e rozzo, talmente rozzo che quando rutta è stonato (cit), come Deboroh La Roccia riesce ad essere un supereroe, una figura di salvezza.

“Anche se erano solo uomini li chiamavano supereroi perché riuscivano a fare cose incredibili. Forse perché credevano in quello che facevano.”

La mente e il potere della creazione umana, la volontà, possono superare la morte. Come? Attraverso una storia o, perché no?, un fumetto. Cento numeri non sono niente, e un’eternità non è niente, perché Rat-Man ci ha insegnato tre cose. Che bisogna sempre rialzarsi, che non esiste una caduta troppo devastante. Che i padri sono le persone che ci mostrano la via, che i supereroi sono persone che ci mostrano la via.

Che la morte non va temuta, perché l’uomo da solo è un universo con storie che hanno potenzialità di durare per sempre, come la saga del Ratto, che finirà, prima o poi, durerà per sempre.

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