Testo di – VITO PUGLIESE

 

Terminato il periodo delle cruise 2017, Revolart fa una selezione delle collezioni Resort, che più sono piaciute e che maggiormente hanno incarnato l’evoluzione della moda nel 2016.

Tra le ultime cruise collection, quella di Givenchy, il cui look book è andato a riprendere temi neo-barocchi che, si può dire quasi con certezza, stanno diventando cari a Tisci, eterno imperatore del mondo Givenchy. Lo sfondo di alcune foto è più neoclassico, mentre in altre vi sono costruzioni industriali e in altre ancora vicoli napoletani. Molto diversi gli stili tra gli abiti femminili e quelli maschili. Per quelli femminili non si abbandona una certa estetica fetish (boots alti fino al ginocchio e succinti bomber di pelle) che viene abilmente mixata con una dolcezza artefatta e melensa, sprigionata da tulle o da ornamenti di perle. Per l’uomo invece l’abito o è da lavoro, con qualche modifica gloss-glam o è da tribù, con tanto di maschere sul volto e pratici capispalla, più spoty che chic.

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Marc Jacobs, con una collezione che vanta ben 55 modelli, fa un tuffo negli anni ’80 e nella scatenata ressa di colori, pattern, forme e stili di quel periodo. Per sua stessa ammissione, la collezione è un cenno al mondo che ruotava attorno al celebre Paradise Garage, locale notturno new-yorkese, che nel penultimo decennio del ‘900 ha animato le notti della Grande Mela. La collezione si commenta da sé: impossibile fare una paletta colori e impossibile valutare quale sia il modello più audace. Una collezione che, tra completi di jeans da colori improbabili e un abuso di animalier, sicuramente si distingue da ogni altro trend. Un flashback forse poco vendibile ma evocativo e, senza dubbio, efficace nel suo genere.

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Erdem incarna invece il romanticismo etereo e onirico, che forse si è perso da quando lo street style ha fatto il suo ingresso in maniera così turbolenta sulle passerelle degli ultimi anni. Dimostrando che il nuovo si annida anche in ciò che nuovo potrebbe non sembrare, Erdem crea abiti delicati, la cui unica stravaganza sono le fantasie, che, in ogni caso, non monopolizzano lo sguardo. Placato e lievemente sopra le righe, con materiali semplici, Erdem ci fa riscoprire la gioia della lentezza e dell’ attesa, catapultandoci in un dimensione poetica, che assurge a pausa dalla frenesia e distacco breve dall’immanente. Languidamente delizioso.

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Al Niteròi Contemporary art Museum di Rio, Vuitton, che strategicamente punta molto sulle collezioni resort, ha ambientato questo terzo esperimento di Ghesquière: una sfilata unica per musica, parterre, atmosfera e modelli presentati. Da questa navicella spaziale incagliata nella roccia e disegnata da Niemeyer, noto archistar brasiliano, Vuitton ha fatto fuoriuscire ben 47 creazioni che, in tutto, sono lo stendardo di quello che il marchio oggi vuole essere: concretezza, modernità, pragmatismo e concetto. Sarebbe stato strano pensare ad un Vuitton futurista e invece la contemporaneità ha varcato la soglia della maison in maniera drastica e imponendosi con tutto il suo vigore rinnovatore e innovatore. Come le parole di Marinetti, questa collezione accosta colori accesi e allegri a forme rigide, cui non siamo abituati, e sandali ad infradito che ricoprono la caviglia a pezzi che giudicheremmo invernali piuttosto che estivi. La pelle, onnipresente, qui c’è, ma la sua presenza è ridotta, a favore di tessuti più morbidi, ma che non avvolgono il corpo femminile, puntando l’attenzione su ciò che non guarderemmo. Una collezione confusa ed ordinata. Una bella pagina per la casa di moda francese.

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