Testo di – GIULIA BERTA

E anche quest’anno, dal 25 al 27 gennaio, si è rinnovato l’appuntamento milanese con l’Affordable Art Fair, fiera meneghina dell’arte alla portata di tutte le tasche. Un’occasione preziosa per amatori non dotati di portafogli da Sotheby’s di sentirsi, almeno per un giorno, dei novelli Peggy Gugghenheim. Ma sarà davvero così?

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Intanto, plachiamo i bollenti spiriti del lettore ansioso di accaparrarsi un pezzo d’arte a poco: di Affordable non c’è granché. Ben pochi infatti sono gli artisti che riescono a realizzare compiutamente quella che è la mission della fiera: il resto delle quotazioni, che si attestano spesso su numeri a quattro cifre, allontanano l’idea del pop e mantengono solidamente l’art nella sua posizione di divertissement per una classe alto-spendente.

 

Per quanto riguarda la qualità delle opere in mostra, quello che si nota è un’insistita presenza di informale italiano, moltissima pop art condita da una buona dose di critica social, ma soprattutto un onnipresente flirt con il design: l’arte di Affordable strizza l’occhio al visitatore, mirando non a scandalizzarlo ma a compiacerlo, andando pienamente incontro ai suoi gusti e consegnandogli un prodotto esteticamente e tecnicamente valido, ma un po’ carente di anima.

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Superstudio più diventa così un trionfo di luci e colori, una Terra di Mezzo dove sembra sfumarsi il contorno tra Ikea e galleria d’arte, nell’ottica di un estetismo portato all’estremo che relega l’ambito della stimolazione intellettuale allo sforzo immaginativo di proiettare Kermit in pop art sopra il divano del salotto.

 

La riflessione che emerge spontanea è sul senso di fare arte oggi e sullo spazio che oggi l’espressione artistica può avere, in un mondo saturo di bello. Tutto oggi è bello: sono belli gli smartphone, sono belle le scrivanie, sono belli i locali, sono belle le tazze da caffè. Con qualche centinaio di euro da Ikea possiamo farci un intero salotto con mobiletti bianchi, grossi cuscini e luci a led, secondo tutti gli ultimi trend del design. E, senza fare product placement, decine di altri brand ci coccolano con oggetti belli dal momento in cui ci alziamo al momento in cui andiamo a dormire – ma allora, se non è solo più l’arte a fare il bello, ha ancora senso che il senso dell’arte sia il bello?

 

Questa è la grande riflessione che ci consegna l’Affordable Art Fair, il motivo per cui vale sempre la pena di andarci: una scintillante testimonianza di come sia necessario oggi per l’arte trovare un nuovo spazio, che insista nello iato tra la gradevolezza estetica e la stimolazione intellettuale.

 

 

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