Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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Arrivati all’ ultimo giorno di Festival il primo pensiero, svegliatomi al mattino (immediatamente dopo quello del ribrezzo provato dalle condizioni della tenda che ci ha ospitato durante questo viaggio, il cui pavimento è ormai una selva di biancheria ex pulita e patatine ormai fossili, il tutto condito da una litrata abbondante di acqua piovana e quindi facilmente definibile come “poltiglia maleodorante”), è inevitabile che sia corso a quest’ esperienza vissuta, all’ “island of freedom”.

“Freedom”, la Libertà, è proprio di fatto quello che è palese esser stato il principale prodotto offerto da Sziget. Questo è un valore che si sta progressivamente andando a perdere assopendosi concettualmente nel mondo del social antisociale che sotto una veste di libertà apparente maschera la più totale costrizione sociale e mentale.

L’ impressione invece avuta, vivendo il festival al massimo delle mie possibilità fisiche (seppur con qualche rimpianto per non aver potuto contare sull’ ubiquità godendo di tutte le performance e gli eventi offerti), è stata quella di avere potuto confrontarsi con l’occasione di riscoprire questo valore fuori da qual si voglia costrizione di moralità, ma sempre nel rispetto della legalità e del quieto vivere.

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Imparare a fregarsene e vivere sorridendo e senza pensieri, cogliendo ogni attimo scoprendone il valore e non lasciandolo fuggire sprecato, è qualcosa che forse solo parzialmente ho fatto ma di cui sono felice aver avuto per lo meno una visione da spettatore, se non sempre da parte attiva.

Quatrocentoottantamila persone che vivono una settimana in totale armonia è qualcosa che, bisogna riconoscere, pare oggi ai limiti dell’ utopia.

Eppure così è stato: non una rissa, non uno screzio o un’occhiataccia.

Sziget è stato girare per strade invase da centinaia di migliaia di ragazzi, donne, uomini e bambini e venire abbracciati in totale spontaneità da decine di perfetti sconosciuti abbandonandosi sorridendo alla spontaneità del gesto e ricambiando con affetto, è stato perdersi è trovare amici mai incontrati prima, ogni sera nuovi, è stato vedere persone fare l’amore fottendosene di essere in mezzo a un prato circondati da sconosciuti anche perchè questi ultimi a loro volta se ne fregavano ampliamente, nella totale armonia del confronto con un atto che è forse il più naturale che resta ancora all’ uomo.

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Sziget è stato la libertà di essere sé stessi senza costrizioni né vincoli, senza distinzioni di razza, sesso e sessualità, il tutto senza passare attraverso le stupide quanto futili retoriche della politica e delle relative strumentalizzazioni.

Ed è proprio il pensare che il miracolo di Sziget possa prendere piede in un paese flagellato sociopoliticamente come l’ Ungheria che dovrebbe far riflettere un po’ noi tutti, qui nella terra dei cachi.

Parlando con Giulio D’ Angelo, responsabile relazioni internazionali “Sziget Italia” e docente di Storia ed Estetica musicale Conservatorio “Tartini” Trieste, le cose paiono chiare sul perchè una manifestazione simile non sia possibile da noi: lentezze burocratiche e senilità sociale.

Sziget, a ben pensarci a mente fredda, è una macchina perfetta e tale perfezione deriva dalla cura di ogni piccolo dettaglio: dal fatto che 3 minuti esatti dopo la fine di ogni singola esibizione live uno stuolo di volontari inizia a raccogliere le cartacce da terra all’ assenza dell’uso di carta moneta per semplificare le transazioni, dall’ offrire delle cuffie per l’isolamento fonico ai più piccoli al curare l’estetica di ogni singolo angolo dell’isola di Obuda, donando una personalità anche al più insignificante degli arbusti ricoprendolo di luci o inglobandolo in un’ installazione d’arte.

E Sziget è anche un vero e proprio miracolo economico/finanziario: con un budget di soli circa 20 milioni di euro garantisce una settimana di concerti e eventi di altissimo calibro a più di 480mila spettatori (pensiamo per esempio a quanto sta spendendo il “virtuoso” comune di Milano per organizzare un Expo retto da fondamenta di cristallo incrinato e facciamoci due domande…).

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L’ultima giornata di festival noi la abbiamo dedicata a girare per le strade di Obuda, abbandonando l’olimpo del main stage per tutta la giornata fino alla sera e godere del cuore vibrante di Sziget Festival: i suoi Szitizens, gli abitanti di questa arcadia tra le acque del Danubio.

Colori, suoni, odori e sapori.

Non fai tempo di vedere tutte le colossali installazioni artistiche che punteggiano il festival anche se vorresti farlo perchè distrarsi dal proprio sentiero è troppo facile, un gruppo di donne in abiti tradizionali balcanici danza sulle note del fisarmonicista di turno. Sto per buttarmi anche io ma un cane coi rasta mi porta una pallina coperta di bava e fango scodinzolando quello che sono ancora indeciso se fosse un dredd o una coda, supplicandomi di lanciarla.

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Nemmeno faccio in tempo a raccoglierla che noto che una tenda con apertura lato strada sta ospitando una intensa sessione di coito digestivo pomeridiano.

Lei è molto carina ma il pudore mi spinge a concentrarmi sulle note che arrivano da un palco poco distante.

Un gruppo franco/marocco/britannico/algerino, i Fanfarai porta il cuore del mediterraneo sul paco del World Village Stage in una fantastica, coloratissima e scatenata ensemble di musica medioorientale e jazz: allegria e danze.

Fame: e vai giù di Hamburger Serbo alla salsa piccante e crepe del diametro di un cerchione farcita di mirtilli, nutella e banane (eviterò di soffermarmi su quanto è poi seguito nel primo gabbiotto chimico in cui sono incappato).

Siamo dalle parti del main, vabbè dai, facciamo un salto a sentire i The Kooks, giusto il tempo necessario a fare due foto e rendersi conto che continuano a non convincermi pienamente nemmeno live, sebbene stia canticchiando ininterrontamente “I Wanna Make You Happy” ormai da un giorno e circa 3 ore

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Un salto a bere qualche giro di Unicum (versione locale e popolarissima del nostro Amaro del Capo) e gli Outkast sono già sul palco.

Energici rappettari bravi nel loro mestiere, non c’è che dire, e André 300, reduce dall’ esperienza Hollywoodiana a fianco di John Ridley, è decisamente più carico che mai.

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Non riusciamo però a resistere per molto tempo, i nostri piedi ci trascinano via perchè abbiamo più poco tempo da star qui e troppo ancora da vedere. E così in un attimo siamo di nuovo in giro per le vie illuminate di Obuda, per banchetti, in cerca di cibo e scemate da votare a investimento per le ultime finanze rimaste in valuta locale e rendersi conto che alla fin della fiera tanto vale investire il tutto in ulteriore Unicum.

Facciamo tappa all’ isola del vino, dove un rubizzo indigeno mi indirizza verso il “try this fuckin’ wine, i swear it’s the best red wine of Sziget”. In un amen mi ritrovo con 1400 fiorini in meno e un bicchiere da mezzo litro pieno di un’ ibridazione fra Tavernello e Anitra WC (anche qui si potrebbe aprire una parentesi su un nuovo appuntamento avuto col gabbiotto chimico, ma glisserò anche questa volta).

La testa gira, ma chi se ne frega: Mr Calvin Harris sta per salire sul main e dimostrarci che i suoi 200.000 dollari a serata di cachet, che ne fanno il dj più ricco del mondo (46 milioni di dollari messi nel borsellino nel solo 2013), sono dopo tutto giustificati.

Lo show è splendido, un mix dei più grandi must electro degli ultimi 3 anni in chiave picchiaduro arricchito da fantastiche scenografie piriche e piogge di coriandoli culminante nello show finale di fuochi artificiali regalatoci da Sziget come “arrivederci all’ anno prossimo”.

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L’eleganza di una manifestazione di successo si vede anche dalla sua capacità di non farsi fagocitare dalla sua stessa grandiosità, ed è questo secondo me l’elemento chiave che innalza Sziget Festival su piani ben più alti di manifestazioni analoghe tipo l’ “eterno avversario” del Tomorrowland: se sul main c’è mr Pezzo Grosso che mixa tamarrate mentre una pioggia di fuochi d’artificio trasfigura letteralmente il cielo in un rebot ungherese di deep impact, dall’ altro lato il festival continua nella sua dimensione meno pop e più animata (con questo termine mi riferisco proprio al “soul” della manifestazione), continuando con la miriade di eventi e piccole chicche che ne delineano l’effettiva grandiosità e senza sacrificare nulla per favorire il mero “eventone centrale”.

Altro giro di Unicum e son finalmente senza soldi (per il fegato ormai non ricordo più di averne uno).

Due canzone degli Alcoholica, cover band dei Metallica in chiave fin troppo amatoriale che però, penso più per romantico amore dei 4 horsemen che per effettive capacità della combo, mi trascina in un pogo adolescenziale e si scappa verso l’ultima tappa che ci ved tornare al World Village Stage e al finale del live dei Fanfara Transilvania (sublime) e all’ etilica combo di elecro-gipsy-balcan Dj Gaetano Fabri, Kosta Kostov e Click che ci regalano l’ultimo ballo di questa edizione.

Valige fatte, taxi, aereo: fine.

Ora mi son lavato, il primo bagno dopo una settimana.

La vasca era piena di schiuma profumata e sali misti grazie a mia madre, preoccupata per le mie condizioni igieniche.

Guardandomi ormai lavato nello specchio scopro che quella che pensavo essere abbronzatura era in realtà sedimento misto.

Mi manca già tutto… in fondo anche il sedimento misto era libertà dalla dittatura di schiuma profumata e sali misti…

Un’ ultima occhiata nello specchio e opto per un pietoso canto del cigno: la barba me la farò domani!

Rock on, bitches!

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