Testo di – DANIELE CAPUZZI

Société d’Opéra: così si definisce Coin du Roi, una neonata associazione dal sapore antico, che porta alla mente le organizzazioni di palchettisti in voga quando ancora i teatri non godevano di fondi pubblici e si nutre di solo mecenatismo, in cui crede oggi più che mai per la sua offerta artistica. L’età dei tre costituenti, non ancora trentenni, come molti dei collaboratori, è un ulteriore elemento distintivo dallo scenario lirico odierno.

Valorizzare il repertorio preromantico poco eseguito in Italia e sfoggiare splendidi teatri sociali e di corte che non riescono solitamente a proporre l’opera sono i valori fondamentali dell’associazione. Per le recite milanesi la sede prescelta il Teatro Litta all’interno di Palazzo Litta, un magnifico edificio in stile barocco che giace nei pressi del Castello Sforzesco. Esso era un teatro di corte che circa a metà Settecento ha convertito la funzione dell’oratorio gentilizio costruito circa un secolo prima dal Richini, e lo glorifica come la più antica struttura teatrale ancora in uso nella città. Dello stesso primato si lustra il Teatro Goldoni, nato come Teatro Vendramin e conosciuto anche come di San Salvador o di Santa Lucia prima dell’attuale denominazione risalente al 1875, che funge da cornice delle messinscena veneziane. Esso è uno stabile di costruzione secentesca la cui architettura riprende il classico teatro all’italiana, dotato di quattro ordini di pachi e platea, differente dalla platea e balconata unica che contraddistinguono la compagine del Litta. Le sale sono pusille e si confanno alla perfezione ai piccoli gioielli proposti da Coin du Roi, appunto perché ideate per allestimenti di dimensioni ridotte.

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Il Serse (HWV 40), dramma per musica di Georg Friedrich Händel, fu rappresentato al Her Majesty’s Theatre di Londra nel 1738, senza ottenere grande successo, probabilmente per la commistione tra elementi di opera buffa e seria, caratteristica ormai largamente superata dal teatro lirico settecentesco. Pure la sua riscoperta nel secondo Novecento non meravigliò il pubblico, nemmeno quello della Piccola Scala che la inscenò nel 1962 con grandi interpreti come Mirella Freni, Luigi Alva e Rolando Panerai. Certo è che la musica è ricca, sia nell’armonia che nella linea melodica elegantemente cesellata dalle fioriture barocche, e non si può nascondere il genio del compositore dietro un libretto mal gestito. Il testo infatti non riporta l’autografo di colui che l’ha ripreso da quelli precedenti del 1694 di Stampiglia per l’omonima opera di Bononcini, a sua volta tratto dal Minato per Cavalli del 1654, e ripara l’ignoto dalle aspre contestazioni verso le “esecrabili parole” come si espresse il grande Montale, assiduo frequentatore dei teatri meneghini.

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Si confida però che il pubblico odierno si armi di una maggiore visione critica e scinda i differenti tasselli della composizione, nella quale, a nostro parere, primeggia la musica. Il giovane direttore d’orchestra Christian Frattima, dopo un profondo studio sull’autografo di Händel e sulle prime edizioni della partitura, ha scelto un’interpretazione filologica, a noi molto gradita. Nella buca d’orchestra archi, tromba, corni e oboi, sulla scena, quando necessari, i due flauti diritti, ma quel che ci ha colpito di più è stato il basso continuo, posizionato ai lati dell’arco scenico: sulla destra il classico duo clavicembalo e violoncello, sulla sinistra una viola da gamba e due arciliuti. L’utilizzo degli strumenti d’epoca ha reso l’esecuzione più piena e suggestiva. Il coro, complice anche la presenza solo in punti strategici della partitura per sottolineare dei momenti marziali o rimembrare la levatura regia di Serse, non era in costume e neanche sul palco. Esso è posizionato sulla balconata, il che accentua la stereofonia, ed evidenziato dall’accensione delle luci in sala.

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La partitura ascrive la vocalità di un soprano castrato all’imperiale protagonista, come d’uso all’epoca per i personaggi eroici. A causa della scarsità di sopranisti, uomini che cantano nel registro femminile più acuto, l’interprete è una donna: Vilija Mikštaitė dalla voce agile e sostenuta, che è però arrivata un poco affaticata sul finale. Il contraltista Jud Perry è Arsamene, fratello regale di Serse, e ben padroneggia la parte benché si dedichi a questo tipo di canto da soli due anni. Sanno tenere testa allo sforzo dei tre lunghi atti anche il contralto Arianna Stornello in Atalanta, e il soprano Viktorija Bakan, nei panni di Romilda, ammirabile per la recitazione. Alessandra Visentin è la principessa Amastre, la cui voce di tanto in tanto tende ad appoggiarsi, soprattutto nel registro grave. Possente l’emissione di Stefano Cianci, il generale e principe Ariodate. Claudio Ottino porta sulla scena un ottimo Elviro, il buffo servo di Arsamene, che giova certamente della lunga carriera in ruoli comici rossiniani.

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Benché il regista, già direttore artistico, Valentino Klose si sia ispirato ai festeggiamenti per i duemilacinquecento anni dell’Impero di Persia, quindi una lettura piuttosto attuale ben resa dalle scene e dai costumi Alessandra Boffelli Serbolisca, l’effetto ottenuto è certamente elegante, ma non borioso, senza distorsioni rispetto alle prescrizioni del libretto. Sono frequenti arie, aritette e ariosi in cui brevi frasi sono accompagnate da una musica opulenta; ciò non concede grande agio alla regia che è comunque ben pensata, seppur talvolta eccedano gli accenni all’uscita del cantante che ritorna sui suoi passi per terminare il pezzo. Nell’insieme è una serata che di certo consiglierei: ci è parso di rivivere una serata alla corte dei Litta.

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