Testo di – DAVIDE LANDOLFI

SHAKI

Dopo la parentesi (l’ennesima e praticamente obbligata) spagnola di Sale El Sol (2011), un figlio e il talent The Voice USA (al posto di Christina Aguilera), Shakira ritorna a cantare nella lingua che nel lontano 2001 (Laundry Service) le diede il successo planetario: l’inglese.

Cambiano gli accordi, le copertine e i video, ma quello che rimane uguale è l’integrità di un’artista che difficilmente nel corso degli anni ha tradito se stessa a favore del music business più meschino.

Shakira, è la nuova fatica discografica della cantante colombiana che ha racchiuso in questo disco tutte le sue essenze: rock, pop, reggae, ritmi tribali e accenni di country.

Un inizio del tutto imbarazzante con Dare (La La La) che mostra un tentativo disperato di emulare le mode imposte dai dancefloor discotecari con delle influenze EDM, già declinate dalla bastonata Britney Jean.

Ma la sostanza non tarda ad arrivare: è con il singolo Can’t Remember To Forget You feat. Rihanna (ripresentato qualche traccia più tardi nella versione spagnola Nunca Me Acuerdo De Olvidarte senza la star barbadiana) che il disco inizia a prendere forma. Le influenze reggae (più consone forse a Rihanna) mischiate con le chitarre tanto care a Shakira funzionano confezionando uno dei duetti pop meglio riusciti degli ultimi 5 anni.

Una Shakira nuovamente piegata al volere delle mode in Empire con la classica power-ballad di turno tanto in voga nel panorama musicale mondiale. L’unica pecca rimane il cambio repentino della tonalità di voce che al secondo ritornello diventa troppo ridondante e irritante.

Quasi indie in You Don’t Care About Me, nuovamente reggae in Cut Me Deep feat. Magic! e pop-rock in Spotlight che strizza l’occhio a quel punk da centro commerciale reso noto da Avril Lavigne e dalla Katy Perry di One Of The Boys (2008).

Intima in Broken Record, dove la dimensione acustica, ampiamente esplorata nella traccia 23, regala alla discografia di Shakira una nuova sfaccettatura, decisamente più matura e che dimostra quanto questa artista sia versatile, esattamente come nella country-friendly Medicine feat. Blake Shelton (e c’era da aspettarselo che un featuring con uno dei suoi colleghi di The Voice ci sarebbe scappato prima o poi).

Chiude il quartetto chitarra e voce The One Thing che, nonostante presenti una struttura acustica, si trasforma, nel ritornello, in un classico brano alla Avril Lavigne.

Ritorna la Shakira spanish version in Loca For Ti, la classica ballad sudamericana che deve impressionare in quanto a pathos più che a contenuti.

La stessa sorte toccata a Can’t Remember To Forget You viene ripresa in La La La, versione spagnola di Dare (La La La), dove la lingua rende il tutto ancora più pacchiano, ma stranamente armonioso rispetto alla versione inglese.

Elettronica e sognate Chasing Shadows, dal retrogusto 80ies, puzza di disco-filler. Non se ne capisce il senso in un disco come Shakira che forse puntava a una ricerca sonora ben diversa.

Si chiude la Deluxe Edition con The Way, una delle solite ballad strappalacrime da cantare tutti abbracciati con tanto di accendino in mano, ingiustamente esclusa dalla standard edition.

Shakira perciò è un disco che spiazza.

Presenta due anime: quella volta ad accalappiare le mode, il moderno, con risultati non sempre incoraggianti,  e quella votata ad una dimensione più minimal, più intima e sicuramente più acustica.

Quello che fa storcere il naso è sicuramente questa voglia di buttare tanti, troppi stili, all’interno di un unico disco, che riesce comunque a raggiungere un discreto livello di sostanza, forma, corporatura. Non sempre però riesce a trovare una propria logicità, quella che era presente nel capolavoro dei capolavori riguardo questa strategia sonora, ovvero Stripped di Christina Aguilera che, sfacciatamente ma sapientemente, passava dal pop al rock al soul al latino con una fluidità difficilmente raggiungibile.

 

Voto: 6,5

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