Testo di – VITO PUGLIESE

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La vita in questa epoca, più che nel passato, è scandita da immagini.

Chiunque vorrà solo confermare questa affermazione, dal momento che confutarla è impossibile: dall’attentato dell’11 Settembre la storia, la politica e la cronaca vivono di immagini iniettate spasmodicamente nelle nostre case e nelle nostre vite.

Con l’avvento degli smartphone e l’irresistibile ascesa dei social l’immagine non fa in tempo a nascere, che già è scrupolosamente vagliata dall’attenzione di tutti noi, o, comunque, rimane nelle nostre tasche, nell’attesa impassibile di ricevere un pollice in su.

Abbiamo immagini di tutto e di tutti che riempiono i nostri schermi, i nostri occhi e i nostri cervelli. Questi ultimi anzi, più che riempirsi, si svuotano, perché l’immagine ci fa credere di sapere la notizia, quando abbiamo solo visto la foto di accompagnamento, di conoscere il politico, perché ne conosciamo il volto, di poter discettare di campagne elettorali e di guerre, perché più o meno sappiamo che forma hanno le une e le altre.

L’immediatezza comunicativa che ha sempre caratterizzato l’immagine è una peculiarità di quella forma di comunicazione che basa il proprio essere sul complesso visivo: l’arte. L’arte è ed è sempre stata l’immagine di qualcosa.

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Il giornale satirico francese Charlie Hebdo oggi ha pubblicato una vignetta sul terremoto di Amatrice, che ritrae vittime della catastrofe con nomi di piatti tipici italiani sopra.

La vignetta è al centro di aspre polemiche in cui, come è solito in Italia, si consuma l’aggressività repressa di chi non sa con chi prendersela esattamente e se la prende con chi capita.

Le vignette di Charlie Hebdo sono state sempre irrispettose di tutto e di tutti, non hanno mai conosciuto tregua nella loro volontà convulsa di far ridere. Sono state parecchio irriguardose nei confronti dell’Islam spesso. Questo perché la linea editoriale abbracciata antepone la satira a tutto. Forse in molti non conoscono l’etimologia della parola satira: essa deriva da lanx satura, cioè piatto pieno, traboccante. Originariamente la satira era un genere teatrale che si confaceva di tutto, danza, canto, recitazione, improvvisazione. Oggi la satira è una critica mordace e comica sui costumi della società e della politica, che abbraccia ogni forma di espressività letteraria (prosa, poesia, teatro, persino la filastrocca).

La satira, per quanto molti la possano giudicare sgradevole e offensiva, contraddistingue le società in cui il pluralismo vero, e non quello affettato del politically correct, ha ancora spazio.

Nella fattispecie, non è stato il significato della vignetta a scandalizzare, né tantomeno il suo autore, che è sempre stato così crudamente cinico. Lo scandalo è dato dal fatto che vi sia un’immagine di una tragedia di casa propria: il dolore e la sua razionalizzazione che ancora non erano stati mai rappresentati, ora sono stati rappresentati, sono stati costretti ad umiliarsi su un pezzo di carta e, per giunta, anche in forma caricaturale.

Per fortuna questa operazione sottile è servita a smascherare l’ipocrisia che si celava dietro tutte quelle immagini di cordoglio plastico (da social network appunto): colombe che portano matite, mitra contro matite, matite spezzate e vari e creativi Je Suis Charlie. Questo è il sostegno che siamo capaci di dare: fino a quando non si toccano le nostre tragedie, i nostri vizi politici, la nostra noncuranza e, ça va sans dire, il nostro Dio e i nostri libri sacri, va tutto bene.

Siamo tutti satirici col Dio degli altri.

Quell’abituale tendenza a prendere tutto con la leggerezza con cui si ordina un piatto di pasta al ristorante, ora sbugiardata di fronte a tutto il mondo a colpi di gommino e puntine, ci suona troppo male. Addirittura abbiamo bisogno di tirare in ballo il rispetto mancato nei confronti dei morti del terremoto, per accusare gli autori della vignetta infelice, quando forse la prima enorme mancanza di rispetto è il modo che abbiamo di gestire le emergenze, che da sempre sono mangiatoia per chiunque sia ammanigliato col potere.

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Ma la satira si accetta sempre, non solo se è rivolta verso gli altri, difatti un popolo colto e realmente interessato a risolvere i problemi (e non a dire di saperli risolvere) sa stare allo scherzo, ma anche e soprattutto allo scherno. Questo non significa che chi voglia prendere le distanze dalla vignetta non possa farlo, ma scrivere frasi come “Dimentichiamo Charlie Hebdo” o “Questi non hanno ancora imparato” è vergognoso, perché è sintomo della stessa violenza che ha mosso chi ha sparato nella redazione di un giornale per non essere messo alla berlina per l’ennesima volta.

Tornando al discorso sulle immagini, ricordo che nemmeno ventiquattro ore dopo l’accaduto, una bella fetta di utenti dei social hanno cominciato a prendersela con i migranti, perché, qualcuno ha avuto il coraggio di sostenere, privano chi ha veramente bisogno di aiuti e di attenzioni. Ebbene, sicuramente in pochi lo ricorderanno, dato che ormai le nostre memorie funzionano come le nostre bacheche facebook (accantonano tutto ciò che è successo più di qualche settimana orsono), ma oggi è trascorso un anno da quando è comparsa sui nostri giornali la foto del piccolo Aylan, morto annegato assieme a suo fratello e a sua madre. Una foto agghiacciante, che fece muovere e commuovere il mondo intero e che riassunse con lapidaria eloquenza il dramma quotidiano dei migranti. Anche in quella occasione quell’immagine ci bombardò la vista, era dappertutto: sui tg, sui quotidiani e, neanche a dirlo, sui social. Tutti col cuore spezzato a scrivere parole di supporto per della povera gente che rischia la vita per sbarcare sulle nostre coste e a meno di un anno di distanza questa stessa gente è diventata il male della nostra società, coloro che ci succhiano le energie vitali.

E poi ecco che anche questa immagine venne archiviata subito, nessuno parlò più di Aylan o di suo padre, unico sopravvissuto.

Le immagini devono essere sostituite di fronte al contingente e immediatamente quello che era (ed è) un problema serio e irrisolto, viene rimpiazzato da una nuova icona più nuova, più bella, più attuale. E così, i nostri profili sono un susseguirsi di bandiere francesi o lgbt appiccicate sopra i nostri volti inebetiti dal drink dell’ultima serata in discoteca. E noi abbiamo quella sensibilità di carta velina che oggi ci fa piangere a dirotto per qualcosa di brutto, ma domani ci farà sorridere per il nuovo selfie.

Forse è proprio vero che l’immagine che conta unicamente è quella del profilo, ecco perché la si cambia in continuazione. Ogni attentato ha una sua illustrazione e così istantaneamente diventiamo protagonisti di battaglie o di avvenimenti che nemmeno conosciamo e di cui non sappiamo apprezzare la spinta innovatrice.

Ora più che mai c’è la necessità di interrogarsi sul valore politico dell’espressione, cioè su cosa significhi dare un senso a qualcosa che di per se non ha un senso e rischia di essere totalmente fuori luogo se non c’è dietro una consapevolezza piena del simbolo che si cela dietro un’effige.

L’unica speranza che si può conservare è quella che tutti riescano ad interpretare le immagini, e, quando queste suscitano indignazione,  che tutti riescano a dosare la propria rabbia, tanto un’immagine, rimane sempre e solo una facciata di qualcos’altro.

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