Testo di – FRANCESCO PIERACCINI

Immagini – http://nextfloormilano.wordpress.com/gallery/

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Certi tipi di arte non nascono per occupare gallerie, essere venduti all’asta e raggiungere la vetta del milione di euro. E questo non perché manchino di un valore intrinseco, ma piuttosto perché il loro valore si esprime esattamente in tale gratuità. L’assenza di prezzo nasce dall’esigenza di queste opere di rivolgersi ad un pubblico diverso, che non si interfaccia con esse in qualità di mecenate o speculatore e molto spesso, neanche nella più ampia accezione di amante dell’arte: il lavoro artistico si manifesta, all’interno di una comunità eterogenea, legata ad un territorio comune ma vibrante al suo interno delle specificità personali di ciascun suo componente.

Arte pubblica, è così che definiamo queste opere nate al servizio della collettività, affrontandone i problemi e le frizioni interne con il tipico approccio dell’arte: mai diretta ad una soluzione operativa, immediata, quanto piuttosto alla messa in moto di un processo di pensiero collettivo, nato da una visione diversa della realtà delle cose.

Non è un caso che negli ultimi anni lo sviluppo di questa forma artistica si sia orientato sempre di più alla partecipazione, ovvero un metodo di produzione tecnica che richiede il coinvolgimento diretto delle persone nella realizzazione dell’oggetto d’arte in sé, lasciando all’artista il ruolo di coordinatore e regista dell’attività nel suo insieme.

Queste forme di partecipazione operano un cambiamento drastico nelle definizioni dei ruoli che normalmente si pongono tra artista e fruitore. Il dislivello si attenua, il pubblico perde la propria connotazione passiva e di massa. Ogni partecipante contribuisce all’opera con le sue capacità e conoscenze specifiche, uniche.

Tutto coerente con le dinamiche della nostra epoca, dove un sempre maggior numero di persone pretende -e a buon diritto- non di essere riconosciuto esclusivamente come un soggetto da educare, ma egli stesso come possibile latore di cultura. Quanto detto non ha bisogno di essere argomentato: viviamo nell’epoca del web 3.0, dei blog, dei social network, delle riviste on-line, di my space. In  generale ci troviamo all’interno di un sistema in cui il dialogo culturale non solo diventa sempre più acceso, ma soprattutto accessibile a tutti e in qualsiasi momento.

Il nuovo pubblico dell’arte è un pubblico potente, in grado tanto di leggere il lavoro che ha di fronte quanto di diventare egli stesso produttore. Il mondo dell’arte si accorge di questo e nella dimensione partecipativa l’artista si fa da parte senza però perdere il suo ruolo, le sue capacità creative, che al contrario vengono amplificate.

L’artista di arte pubblica partecipativa ha con sé la facoltà di far esplodere le potenzialità nascoste del suo pubblico: la creazione artistica non è tanto una creazione di un oggetto, quanto piuttosto la creazione di un’opportunità per ogni membro della collettività di esprimere il proprio valore culturale.

L’arte così diventa una sintesi, un unione di forze prima slegate.
“Pars et Deus”[1], ognuno è parte della creazione e creatore allo stesso tempo.

E proprio Sintetico è il nome della realtà che ho deciso di portare alla luce in questo articolo.

Si tratta di un’associazione no-profit di artisti con sede a Milano, presso la pagoda di Piazza Gramsci.
L’associazione è giovanissima: fondata nel 2007, è attiva a Milano a partire dal 2009 e attualmente sta curando il suo secondo progetto sul territorio, dal titolo Next Floor.

L’operato di Sintetico sul territorio milanese parte con il progetto Milanofficine, nato dall’unione di forze con Reporting System, altra associazione impegnata nell’arte pubblica, con una storia già consolidata nel settore (operativa dal 1999).

Nel suo insieme il progetto si delineava attraverso vari interventi sviluppati in diversi quartieri di Milano, tramite la collaborazione con artisti o specialisti di vario genere e soprattutto con alcuni enti presenti all’interno dei distretti.

Oltre a coordinare assieme con l’altra associazione il progetto in linea generale, Sintetico ha curato direttamente uno di questi interventi, dal titolo Sintetico@lab.[2]

Tale lavoro ha avuto luogo presso comunità La Zattera, nel quartiere Quarto Oggiaro.

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La comunità in questione si occupa dell’accoglienza di ragazze minorenni con alle spalle gravi situazioni personali. Al suo interno, l’associazione ha proposto un laboratorio di tecniche audiovisive in cui le ragazze della comunità sono state coinvolte nella realizzazione di un cortometraggio, una volta istruite nelle tecniche necessarie e provveduto al materiale per girare. Il film (dal titolo “Da grande? Non ci ho mai pensato…”) è stato girato direttamente dalle ragazze della comunità ed è consistito in una descrizione della vita all’interno della Zattera. Sintetico seguiva lo sviluppo dell’iniziativa e contribuiva all’elaborazione del prodotto artistico finale. Inoltre sono stati organizzati vari incontri all’interno della comunità per dialogare con le ragazze, anche con il supporto di uno psicologo per favorire la reciproca comprensione. Le riprese, svolte interamente all’interno della comunità, sono state un’occasione per le adolescenti, oltre che per sviluppare la loro sensibilità artistica, per potersi relazionare sotto un diverso profilo con un ambiente fondamentalmente estraneo e per poter instaurare una riflessione riguardo il tema della propria identità all’interno e al di fuori di esso.

E’ chiaro come quanto detto si ricolleghi al discorso principale, di come cioè l’opera nasca da un dialogo reciproco tra artisti e comunità, dove l’importanza del lavoro non trova giustificazione tanto nel cortometraggio in sé, quanto appunto nello sforzo comune, nella consapevolezza di ogni partecipante dell’importanza e del valore della propria capacità creativa.

Il secondo progetto (Next Floor), avviato nel 2012  e tutt’ora in corso, nasce dalla volontà di Sintetico di dialogare con il territorio a lei più vicino. Il progetto infatti è stato costruito intorno al portico ad uso pubblico di piazza Gramsci, la zona dove la stessa associazione ha sede.

In stato di degrado da diversi anni, Sintetico si è proposta di ristrutturare il portico, non tramite un intervento autonomo, ma coinvolgendo nel processo gli abitanti della zona.

Grazie alla collaborazione di AlaGroup, è stato organizzato un laboratorio aperto a giovani architetti e designer, invitati a partecipare alla definizione di alcuni progetti di ristrutturazione.

Anche gli altri cittadini hanno potuto partecipare al processo: l’associazione si è impegnata nella costruzione di un dialogo con gli abitanti della zona, tramite interviste e la distribuzione di cartoline, con le quali è stato possibile raccogliere opinioni e definire certi parametri.

Al termine del laboratorio, a settembre 2012 è stato scelto il progetto migliore per la ristrutturazione e i lavori erano pronti a cominciare, ma il progetto ha subito una brusca battuta d’arresto.
Le forti nevicate invernali hanno infatti fatto crollare parte del soffitto del portico e l’intera area è stata dichiarata inagibile dalle pubbliche amministrazioni.

Essendo un’area di proprietà pubblica Sintetico non può intervenire con i lavori senza l’autorizzazione delle autorità competenti che purtroppo tarda ad arrivare.

Il crollo ha bloccato tutto, l’impossibilità delle amministrazioni di affrontare l’imprevisto in tempi brevi ha gettato ogni cosa nell’indeterminatezza: il portico occupa sempre il suo spazio in piazza Gramsci, ma di fatto è isolato da ogni possibile intervento senza previa decisione delle autorità competenti. Ad oggi sono più di sei mesi che quest’associazione ha saputo farsi carico di un interesse pubblico, che adesso non può portare avanti a causa dei lunghi tempi della burocrazia che ha promesso la propria autorizzazione ai lavori, ma che ancora non l’ha ufficializzata.

Con questo articolo ho voluto dare un sostegno all’operato di Sintetico, al valore della sua attività  che purtroppo rischia di venir meno, ingiustamente, a causa di inefficienze che sono del tutto al di fuori della propria portata.

Spero di unire i miei lettori assieme agli altri cittadini di piazza Gramsci che aspettano l’avvio di questi lavori, per rendere finalmente visibile il contributo allo spazio pubblico che questa associazione ha saputo costruire, ma che soprattutto è stato sviluppato dagli stessi cittadini;

a tutte le persone che hanno avuto modo di esprimere il proprio senso di appartenenza alla comunità con la propria collaborazione nel progetto, credendo fermamente nel valore del proprio operato.

Attendiamo tutti con ansia.



[1]“Pars et Deus” è il nome di un progetto musicale a cui sta lavorando un mio grande amico, Marco Buonopane.
Per quanto il mio lavoro riguardi l’arte figurativa, la definizione costruita da Marco per la musica calza perfettamente con ciò che qui si intende esprimere.

[2]Per chi fosse interessato agli altri interventi e al progetto Milanofficine nel suo insieme, consiglio la lettura della pubblicazione relativa: “Pratica al Plurale. Milanofficine: progetti – idee – azioni.” (2011) a cura di Gennaro Castellano e Gabi Scardi

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