Testo di – DARIA PICCOTTI

 

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11 ottobre 2014 – 15 febbraio 2015

Castello di Rivoli, Torino

 www.sipuodiremorte.it

“Tutto il mio lavoro ruota intorno a quel che abbiamo perduto”

(Sophie Calle)

Un’arte che si incorpora nella vita, germinando nel tessuto slabbrato di una società assopita.

Un’arte che si fa rito e colma il vuoto attonito in cui annaspa l’uomo post-umano, che ha smarrito la capacità di affrontare la morte nell’ostinata negazione della propria vulnerabilità.

Sophie Calle, le cui opere nascono dal vissuto personale rendendola protagonista della sua arte, mette in scena una mostra che si configura come una celebrazione laica della madre scomparsa, incentrata sulla volontà di mantenerne viva la memoria attraverso la ricostruzione della personalità. La centralità del vissuto personale si coniuga a una riflessione di più ampio respiro sull’essenza della maternità: mère e mer, due universi di sentimenti ed emozioni fusi in un’insondabile, analoga profondità.

L’artista sfrutta l’identica pronuncia dei due termini francesi come pretesto per una complessa riflessione sulla possibile analogia tra l’immensità del mare e l’ampiezza dei sentimenti materni.

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L’esposizione, interamente site specific e organizzata dall’artista stessa, coniuga le due opere Voir la Mer e Rachel,Monique in un progetto nuovo, la cui unitarietà è resa graficamente dal titolo MAdRE.

Voir le mer è una videoinstallazione che mostra agli spettatori un’emozione in via d’estinzione, lo stupore e la meraviglia di fronte alla natura. Un gruppo di abitanti di Istanbul, che non avevano mai visto il mare, vengono accompagnati, bendati, sulla costa del Mar Nero. L’artista chiede loro di guardare il mare e poi di tornare indietro perché mostrino “questi occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta”. Occhi umidi di gioia e stupore, commossi dall’immensità che li avvolge, si volgono all’artista – e a noi – con quella gratitudine gioiosa che illumina lo sguardo dei bambini quando per la prima volta riconoscono il viso della madre.

Nelle sue opere Sophie Calle rincorre gli attimi in fuga, i momenti che svaniscono, gli istanti inafferrabili. Come il piccolo Antoine che divora la distesa marina con uno sguardo affamato di libertà nella scena finale de I quattrocento colpi di François Truffaut, così la Calle vuole catturare l’istante irripetibile in cui la scoperta del mare si dipinge su quelle iridi ignare.

Dal suo animo di collezionista di attimi fuggevoli nasce la seconda opera presente in mostra, Rachel, Monique. Si tratta di un progetto artistico in continua evoluzione, nato dalla decisione di registrare in presa diretta la morte della madre, avvenuta nel 2006, al fine di non perdere la sua ultima parola, il suo ultimo gesto, il suo ultimo respiro, il suo ultimo istante nella vita.

Il video fu esposto alla Biennale di Venezia  del 2007, in seguito l’opera si è evoluta  accumulando elementi e ricordi, assumendo così le sembianze di un diario a ritroso. L’artista sottolinea come sua madre amasse essere oggetto di discussione, tanto da rammaricarsi poichè la sua vita non compariva nel lavoro della figlia. Quando collocò la macchina fotografica ai piedi del suo letto di morte esclamò: “Finalmente”.

Momenti significativi di questo percorso della memoria sono stati l’evento For the First and the Last Time (2012), in cui la Calle lesse per 22 ore consecutive i diari della madre nell’Eglise des Célestins di Avignone, e la pubblicazione a stampa Rachel, Monique edita nel 2012 da Xavier Barral. Si tratta di un’accurata selezione di estratti dai diari della madre (che lei stessa aveva affidato alla figlia, consapevole che li avrebbe resi pubblici), fotografie di famiglia, scatti e testi di accompagnamento tratti dalle installazioni e dai rituali che la Calle aveva creato per la morte della madre. Si conclude con l’ultima parola pronunciata prima di morire, souci: l’invito di Monique alla sua famiglia a non preoccuparsi per lei esemplifica l’immensità del sentimento materno.

p4Quest’opera complessa ed eterogenea è qui presentata in un percorso che si snoda per 8 sale, configurandosi come un tempio per la celebrazione laica e come occasione di riflessione sulla morte e sul lutto. Dapprima incontriamo la dimensione del distacco dalla vita e il rifiuto della morte da parte di chi rimane: la riproposizione ossessiva e quasi maniacale della parola souci in tele ricamate, quadri, disegni e scritte in materiai di ogni tipo, tra cui farfalle e luci, è la manifestazione tangibile della volontà di catturare gli ultimi stralci di vita, dell’incapacità di lasciar andare via chi muore. Il sentimento di non accettazione si manifesta ancor più fortemente nel testo Incapace di cogliere la morte, collocato davanti a un’ampia finestra: Sophie racconta la realizzazione degli ultimi desideri della madre, ormai consapevole della prossimità della fine. Il mare, un viaggio, la pedicure, un libro, un incontro, una festa, azioni quotidiane che si fanno solenni e cruciali perché compiute per l’ultima volta, e quindi memorabili. Monique amava la vita e non voleva morire, tuttavia organizzò il suo congedo dal mondo con serenità, accompagnata dalla famiglia e a sua volta sostenendo chi l’amava nella difficile prova della separazione.

Lo smarrimento attonito di fronte alla morte è sostenuto dalla dimensione del rituale funebre, celebrato in modo laico con la narrazione e il ricordo della vita della defunta. Due sedie affiancate sorreggono una grande fotografia della bara aperta in cui Monique è attorniata da una moltitudine di oggetti che le sono stati cari: gelatine di frutta, peluches, libri, cartoline, una sciarpa, sigarette e whisky.

Accompagniamo idealmente il feretro al luogo di sepoltura, ricreato dall’artista in una sala occupata da una serie di fotografie che ritraggono lapidi su cui è incisa la parola “madre”.

Alla dimensione della memoria sono dedicate le sale rimanenti della mostra: il dolore per la perdita si canalizza nel sentimento struggente ma dolce del ricordo, alimentato dalla lettura dei diari di Monique, di cui l’artista ci offre alcuni stralci. L’artista allestisce anche una vera e propria cappella dedicata alla madre, un ambiente intimo e accogliente, molto distante dalla freddezza respingente che caratterizza tanti cimiteri delle nostre città. Fotografie e disegni personalizzano la cappella, conservando allo stesso tempo la solennità che un luogo della memoria richiede.

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Nell’ultima sala la Calle ci mostra il modo personale con cui continua a far vivere la madre nella memoria del cuore. Dopo aver comprato una giraffa impagliata e averla chiamata Monique, ha portato a compimento un desiderio della madre che ella non era mai riuscita ad esaudire, visitare il Polo Nord. Invitata a prender parte a un viaggio in nave nell’Artico, portò con sé i gioielli e il ritratto della madre e, raggiunto il punto più a nord, li seppellì sotto una pietra: “mia madre era arrivata al Grande Nord”.

Il video della spedizione nel Nord si alterna a quello che riprende la morte di Monique: la proiezione all’interno del camino ricrea l’atmosfera intima del focolare domestico entro cui la madre dell’artista si congedò dalla vita. La dimensione familiare, auspicabile per ognuno, raramente accompagna il morente, in balia di una società che, medicalizzando la morte, la combatte come una malattia da curare o la respinge come uno sgradevole incidente da nascondere.

Il merito di operazioni artistiche come questa è di riportare al centro della discussione pubblica temi che sono stati marginalizzati fino alla loro negazione, nell’ingenua speranza che l’annullamento del pensiero della morte e della umana vulnerabilità comporti un automatico annullamento della morte stessa. In una società che lascia soli gli individui di fronte alla morte, l’arte abbandona l’estetismo fine a se stesso in cui troppo spesso si rinchiude, ed entra con forza nella vita, proponendo una nuova dimensione del rituale, restituendogli quella funzione di contenitore del dolore, smarritasi nell’asettica ripetizione di formule svuotate di significato.

Sophie Calle ci mostra un percorso, la sua personale elaborazione del lutto, e ci dimostra come sia possibile ricostruire la vita dopo la forte rottura imposta dalla morte di chi amiamo, accogliendo la sofferenza senza negarla, così da poter trasferire l’affetto nell’intimo ricordo del cuore.

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