Testo di – DAVIDE PARLATO

 

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Si è tenuto ieri l’incontro “Stati generali della cultura”, seconda edizione dell’evento promosso dal giornale finanziario “Il sole 24 ore” nel 2011 e che si è proposto di suggerire al governo un manifesto, una direttiva d’azione per rilanciare la cultura italiana non solo come nostro patrimonio di enorme importanza storica e di identità, ma anche, e se vogliamo soprattutto, come un investimento di grande valore per la nostra economia.

All’alba del decreto legge “Valore cultura” emanato dal governo il 19 novembre, che ha stanziato dei finanziamenti e delle nuove direttive sul versante della politica economia e culturale in Italia, in questa sede si è diffusamente discusso, anche esponendo interventi eterogenei e in parte discordanti, sulle possibilità concrete di riavviare il settore culturale italiano e sulla sua reale potenzialità di ravvivare la tramontante economia del Belpaese.

Sono stati presentati dati abbastanza drammatici da Giuseppe de Rita, Presidente Censis. In Italia gli addetti al settore cultura sono circa 300.000 (di contro ai 700.000 della Germania); il valore aggiunto al patrimonio culturale è di circa 12 miliardi (contro i 35 della Francia); l’incremento degli ultimi anni è stato dell’1%, mentre la spesa è salita a 47 milioni, con un aumento del 75%. Tutto questo sommato alla consapevolezza che nessun museo italiano si piazza nella top 20 dei musei più visitati al mondo (fra i quali figurano in lizza anche quelli coreani) e al dato di fatto che la cultura in Italia ha un impatto sul PIL del 7% e che il nostro Paese rimane il quinto esportatore al mondo di prodotti creativi. In sostanza: siamo seduti su una miniera d’oro e non la sappiamo/possiamo sfruttare attualmente. Se ne fossimo in grado, l’indotto dal settore culturale, tramite il famoso moltiplicatore del PIL, potrebbe incidere in maniera sostanziale sull’economia nazionale (come ha descritto Marco Magnani, ricercatore ad Harvard).

Se per Patrizio Bertelli (amministratore delegato gruppo Prada) la crisi non esiste, ma in fondo è “un fatto ideologico, perché le persone non vogliono accettare che il mercato si sta globalizzando”, in linea generale si ha la coscienza che il sostrato economico del Paese è vacillante, e non può permettersi di appoggiare investimenti nel lungo periodo. La direttiva che sembra essere appoggiata plebiscitariamente allora è un rinnovato mecenatismo: la sovvenzione del privato, favorita e sdoganata in parte dal sopracitato decreto legge, sembra essere un buon trampolino di lancio per investire su cultura, educazione e ricerca, per cercare di riportare l’Italia a standard qualitativi che le si addicono e per cercare di riportare in sesto un economia , quella culturale, che, già ora al minimo delle sue potenzialità, produce il 15% del PIL nazionale. Su questo punto il presidente della Fondazione  Roma Emmanuele F.M. Emanuele ha posto l’accento nel suo intervento, proponendo non solo l’agevolazione dell’iniziativa privata, ma modificando l’art. 118 (sulla sussidiarietà privata) e introducendo la sussidiarietà per legge dell’imprenditore.
Definitivo in questi termini e stato l’intervento dello stesso presidente del consiglio Enrico Letta, che ha prima di tutto sunto i punti cardine del decreto legge 91/2013 “valore cultura”: risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche, crediti di imposta per sovvenzionare il settore cinematografico, digitalizzazione del patrimonio culturale e sburocraticizzazione delle donazioni private. “Per troppo tempo si è tagliato a cultura e educazione” nelle parole del premier, e questo decreto  non vuole però  essere una rivoluzione, ma un primo piccolo passo verso un “inversione di tendenza” di quella che è la politica economica nei confronti della cultura.

“La cultura é economia, é posti di lavoro, é parte integrante del nostro PIL” e come tale deve essere oggetto di interesse in termini di investimento, sia nel settore più ampio dei beni culturali sia in quello più ristretto della creatività. Ed è per questo che la cultura, nel progetto del governo, avrà un ruolo di prima importanza nella prossima Expo 2015. Il governo inoltre, annuncia Letta, si proporrà in un prossimo emendamento di istituire il progetto “Capitale italiana della cultura”, un concorso annuale in cui le città italiane si sfideranno per ricevere il riconoscimento di capitale della cultura. Il tutto per favorire e stimolare l’iniziativa privata e l’investimento mecenatistico una volta tanto, ironizza il premier, non solo sulla propria squadra di calcio ma sulla propria città.

Alla domanda poi del direttore del Sole 24 Ore Napoletano sulla possibilità di estendere questi crediti di imposta alla ricerca e all’educazione, crossatagli dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il premier ha risposto che di certo è un’idea cui si penserà nella promulgazione di prossimi provvedimenti. Ha inoltre aggiunto che, benché troppo spesso i giornali ne parlino con snobismo e troppa semplicità, una spending revue non è un’operazione così facile. Inoltre l’introito statale che arriverà con le nuove leggi fiscali non finirà “nello stesso calderone”, ma sarà utilizzato per ridurre il debito, ridurre il deficit, ridurre le tasse sul lavoro e investire su educazione e ricerca.

Insomma l’iniziativa lanciata dal Sole ormai da due anni sembra aver trovato, nella attuale legge di stabilità, un vero posto di importanza, almeno sulla carta. Il governo promette un impegno concreto, per una volta non tanto volto a sofismi sulla cultura ma al suo lato più prettamente economico, che, al giorno d’oggi non è affatto da sottovalutare. Se da una parte il governo si percepisce vulnerabile economicamente e non riesce a determinare investimenti per il lungo periodo, l’idea dell’incentivo dell’investimento privato sembra molto promettente: anche se in effetti non si può contare troppo sull’imprenditoria italiana, se questa sussidiarietà resta solo suggerita e “caldamente incentivata”, per così dire, dallo Stato.

Un’immagine molto bella è stata offerta dal presidente Emanuele: papa Martino V, nel’ 400, di ritorno dalla cattività avignonese, ritrovo la sua Roma in crisi assoluta. E allora non puntò su manovre economiche o politiche, ma chiamò alla sua corte i più grandi artisti del suo secolo e fece della sua città la città più fiorente del vecchio continente. Immagine tanto bella quanto utopica nella nostra realtà contemporanea, dove l’economia deve essere di più della semplice demagogia (almeno da dopo il ‘92), ma che ispira la forte scommessa dell’ausilio mecenatistico: un investimento dal doppio valore, di indotto e di tutela di un patrimonio materiale e umano inestimabile.

Link per interessati al progetto “Stati generali della cultura” e alla tematica in generale

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