Testo di – PAOLO BONFADINI

 

 The Hateful Eight, ovvero (come recita l’eloquente titolo di apertura) l’ottavo film di Quentin Tarantino, necessita forse di una doppia visione per essere apprezzato adeguatamente. Premessa doverosa, The Hateful Eight non è affatto un brutto film, come una simile frase d’esordio potrebbe far pensare, anzi. Ed è proprio per questo che risulta arduo trovare le parole giuste per commentarlo adeguatamente, ragione per cui questa recensione sarà più un’analisi delle caratteristiche del film (il più possibile spoiler free), che un vero e proprio commento.

Ma andiamo per ordine.

La pellicola si apre con una diligenza che arranca in un Wyoming invaso dalla neve, in fuga da una tempesta che, per usare le testuali parole del cocchiere, le “morde le chiappe”.

Non c’è dubbio, siamo in un film di Quentin Tarantino.

Prevedendo la gravità della tempesta, il cocchiere decide di non condurre i suoi due passeggeri a Red Rock, dove sono diretti, ma di fare tappa per la notte all’emporio di Minnie, un luogo imprecisato che si presuppone relativamente vicino a dove la diligenza si trova in quel momento. Ma ciò che conta non è tanto la destinazione, quanto i due passeggeri. A bordo della diligenza siedono infatti il “Boia” John Ruth (Kurt Russel), famigerato ma onesto cacciatore di taglie, e la condannata a morte Daisy Domergue (la candidata all’Oscar Jennifer Jason Leigh), colpevole di un imprecisato assassinio e dunque sulla via del patibolo, sul quale muoverà i suoi ultimi passi proprio a Red Rock.

Non tutto però fila liscio nel viaggio della diligenza: oltre alla tempesta incombente due inaspettati viandanti si vedono costretti a chiedere un passaggio a John Ruth. Il primo, il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), costretto a piedi dalla morte del cavallo, è, per così dire, un collega di John Ruth. Warren si scopre infatti essere un ex ufficiale nordista, in attività come cacciatore di taglie dalla fine della guerra civile americana. Dal primo dialogo tra i due, che si sono conosciuti mesi prima grazie ad una bistecca gustata assieme a Chattanooga, emerge un particolare che sarà ricorrente all’interno del film: John Ruth chiede a Warren di poter leggere nuovamente una lettera inviata a quest’ultimo da Abramo Lincoln durante la guerra, desiderio che sarà esaudito in virtù del passaggio “gentilmente” offerto.

Il secondo passeggero salvato dalla tempesta, Chris Mannix (Walton Goggins), riesce a vincere la diffidenza di John Ruth in virtù della millantata carica di nuovo sceriffo di Red Rock, colui dunque che dovrà verosimilmente pagare al Boia la taglia che pende sulla testa della prigioniera.

Proprio nella diligenza si svolge uno dei dialoghi più edificanti del film, una lunga riflessione sulla guerra civile, introdotta dalla diffidenza (ampiamente ricambiata) del nordista Warren nei confronti del sudista Mannix, una sorta di duello verbale basato sul continuo rinfacciarsi, da parte di entrambi, gli orrendi delitti di guerra commessi da entrambi gli schieramenti, il tutto mediato dal disincantato John Ruth, che non esita a definire entrambe le parti come “banditi” e “un mucchio di locos incapaci”.

“Vedi, è questo il guaio della guerra Mannix … la gente crepa.”

(Marquis Warren)

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L’esordio della pellicola non potrebbe essere migliore: regia ineccepibile, recitazione a dir poco esaltante, nonché magistrale utilizzo della musica, composta dal candidato all’Oscar e pluripremiato Ennio Morricone, che torna ad occuparsi di western movie dopo una lunga pausa interrotta dalla collaborazione alla precedente fatica del regista texano, ovvero “Django Unchained”.

I primi venti minuti di film esaltano quello che sarà l’elemento fondamentale di tutta la pellicola: il dialogo, componente che regna sovrana dall’inizio alla fine, brillante soprattutto nella prima metà, ma indiscusso protagonista dell’intero svolgimento. La divisione per capitoli, tanto cara a Tarantino anche nelle sue precedenti opere, funziona bene, e rende l’idea di una creazione cinematografica assai debitrice al teatro (soprattutto), ma anche al romanzo. Non dimentichiamo che, durante la scrittura del film, una volta trapelate alcune indiscrezioni sul contenuto della sceneggiatura, il buon Quentin aveva accarezzato l’idea di rendere “The Hateful Eight” un’opera di narrativa.

La vera essenza del titolo, ovvero il turbinio di personaggi identificati col generico appellativo “gli odiosi otto”, emerge all’arrivo della diligenza all’emporio di Minnie.

I personaggi del film infatti sono “hateful” in quanto “pieni d’odio”, esageratamente (o forse no?) sospettosi come John Ruth, ambigui come il messicano Bob (Demiàn Bichir), viscidi come quello che si scopre essere il boia di Red Rock, ovvero il britannico Oswaldo Mobray (Tim Roth), misteriosi come il silenzioso Joe Gage (Michael Madsen) e il vecchio e scontroso Generale sudista Sanford Smithers (Bruce Dern).

Ma proprio per questo sono anche “odiosi”, nel vero senso della parola: manca nel film un personaggio con cui empatizzare in modo sincero, con cui identificarsi, le cui motivazioni comprendere fino in fondo. Nei rapporti tra gli otto cattivoni di Tarantino dominano incontrastati il cinismo, gli sguardi in cagnesco, la burbera e dissimulata diffidenza, le reiterate menzogne, una distanza incolmabile tra uomini costantemente avvolti dall’aura di mistero che porterà l’intera situazione all’inevitabile collasso.

Un collasso firmato Quentin Tarantino. Ricordate la sparatoria finale di Django Unchained?

Ecco, forse cominciate a farvi un’idea.

Questa cattiveria di fondo che si percepisce in ogni sguardo rende gli otto personaggi principali una grottesca caricatura di se stessi, ed è proprio questo che avvicina il film ad una creazione più puramente teatrale. La seconda metà della pellicola non è altro che il tripudio delle tre unità teatrali classiche, di azione (poca), di tempo (molto) e di luogo, un enorme dramma sviluppato in una stanza in cui, di fatto, non c’è posto per tutti e … otto.

Grandi assenti sono dunque l’azione e, soprattutto, l’espressione di qualsivoglia tipo di emozione. Più che Django Unchained, con cui il paragone sembrava inevitabile, data l’ambientazione western, The Hateful Eight richiama alla memoria lo stallo alla messicana de Le Iene, quella rappresentazione di un microcosmo di violenza e odio che, al di fuori delle quattro mura in cui si svolge, non ha alcun tipo di valore reale. Guardando il film non si prova alcuna emozione, nessuna empatia per le vicende personali dei personaggi, che non possono essere (ovviamente) amati, ma neanche odiati fino in fondo. Tutto ciò che si svolge in scena è finalizzato a prendere le distanze dallo spettatore, escluderlo emotivamente, mostrargli un qualcosa che deve rimanergli del tutto estraneo. Niente sentimentalismi e, nel finale, tanto sangue, per gli amanti della vena splatter tarantiniana più genuina.

Funziona discretamente l’elemento mistery inserito a metà film, che aprirà le danze di una grande partita a Cluedo entro le mura dell’emporio, anche se qualche colpo di scena in più non avrebbe guastato. Ma su questo non ci soffermeremo, per il bene di chi ancora non è corso al cinema a vederlo.

Un film che ha diviso, comprensibilmente, critica e spettatori, ma si sa, un film di Tarantino o si ama o si odia, ed è sempre difficile offrire un’opinione esauriente. The Hateful Eight ha sicuramente innumerevoli pregi, dalla cura estrema per regia e sceneggiatura, alla magistrale interpretazione attoriale, con un cast stellare nel quale spiccano le interpretazioni di Kurt Russel e Samuel L. Jackson, nonché della candidata all’Oscar Jennifer Jason Leigh. Per quanto riguarda la colonna sonora Morricone colpisce ancora, e i suoi concorrenti si dovranno sicuramente sudare l’agognata statuetta, anche se John Williams (Star Wars: Il Risveglio della Forza) è proprio dietro l’angolo. Si prospetta una sfida tra titani. Proprio per le eccellenti premesse alcuni elementi del film potevano forse essere gestiti meglio, alcuni spunti potevano essere maggiormente valorizzati.

Insomma, The Hateful Eight è un film assolutamente da vedere e su cui riflettere, soprattutto per la sua particolarità all’interno del panorama cinematografico attuale, un western atipico inequivocabilmente intriso di tutti gli elementi tipici del cinema tarantiniano, che i fan, nonostante le critiche più che legittime, non potranno non apprezzare.

“Solo i brutti bastardi vanno impiccati, ma i brutti bastardi li devi impiccare.”

(John Ruth)

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