Testo di – GIULIA BERTA

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Prendete uno stadio qualunque. Per dire, San Siro andrà benissimo.
Prendete settantamila persone qualunque da tutte le parti d’Italia ed Europa.
Prendete un tizio qualunque, un ragazzo della working class americana nato nel New Jersey del 1949, un tizio qualunque che tutti chiamano il Boss.
Sembra tutto perfetto, e in effetti lo è. Ma allora, perché ho detto che non dovete andare ad un concerto di Bruce Springsteen?

Innanzitutto, dobbiamo fare una considerazione: Springsteen è rock puro. Rock nella voce, nelle sonorità, nel modo di comunicare con il pubblico. Un suo concerto non si ascolta e basta, lo si vive a trecentosessanta gradi. Springsteen corre, salta, saluta i fan, stringe mani, insomma fa cosa vuole – e lo fa con l’energia di un ventenne. Un’energia che travolge il pubblico e lo coinvolge totalmente, un’energia che assorbe tutta l’attenzione e la convoglia lì, in quei pochi metri quadrati di palco che il Boss domina con la disinvoltura data dalla sua lunga esperienza.

L’atmosfera che si respira durante un suo concerto è, banalmente, indescrivibile: ci si dimentica di qualsiasi altra cosa che non sia lo spettacolo unico a cui si sta assistendo, sembra di essere lì sul palco con lui. Ed effettivamente quattro fortunatissimi ragazzi ci sono saliti, come è tradizione durante Dancing in the Dark, una manciata di minuti che valgono una vita. Ma l’emozione domina anche per coloro che sono seduti sulle gradinate e non hanno avuto il privilegio di stringere le mani al Boss: tre ore e mezza (sì, avete letto bene!) di divertimento, commozione, esaltazione, una scaletta sconfinata aperta con Land Of Hope and Dreams e chiusa con un’incredibile Thunder Road passando per innumerevoli altri brani noti e meno noti, tutti con il comune denominatore del rock.

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Qui la playlist ufficiale del concerto

 

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E l’emozione si sente anche per lui, che salendo sul palco si è trovato di fronte ad un’immensa scritta Dreams Are Alive Tonite: grazie al fan club Our Love is Real, l’intero stadio si è colorato e ogni fan ha potuto accogliere il suo idolo in un modo speciale. Sarà indimenticabile anche per lui? Per noi del pubblico lo è stato.

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Un concerto di Springsteen è, per così dire, un concerto vecchio stile: niente scenografie ardite, niente ballerini sul palco, niente cambi d’abito, solo lui e la mitica E Street Band, che si conferma come sempre la migliore compagnia per il rocker del New Jersey; ma ciò non toglie nulla allo spettacolo, anzi lo esalta ai massimi livelli. Springsteen è fondamentalmente generoso, dà tutto sé stesso e non si risparmia su nulla: scende in mezzo al pubblico (infischiandosene o quasi della sicurezza, che ultimamente sembra essere quasi un’ossessione di tutti), suona ben due pezzi a richiesta dei fan, si lancia in falsetti allucinanti e ruggisce con tutta la potenza della sua voce ruvida e graffiante: Springsteen fondamentalmente ama quello che fa, sul palco si diverte tanto, e questo al pubblico arriva. Eccome se arriva.

Springsteen insomma è un vero animale da palcoscenico, un performer straordinario con un’abilità innata di creare un legame con il suo pubblico: anche chi conosce meno della sua discografia non può restare indifferente a ciò che lo circonda. Quello che si è realizzato ieri sera a San Siro ha qualcosa del magico: un intero stadio cantava, si muoveva, respirava all’unisono, unito da una forza magnetica che scaturiva da un paio di mani su una chitarra e da una voce perfettamente giusta nella sua imperfezione, che risveglia una vasta gamma di sensazioni di cui alcune, almeno per una larga fetta del pubblico femminile in cui posso serenamente inserirmi, non esattamente caste.

Springsteen è qualcosa di unico al mondo, un vero e proprio patrimonio dell’umanità: ce ne sono, ce ne sono stati e ce ne saranno alcuni migliori, molti peggiori, ma di sicuro non c’è, c’è stato o ci sarà mai qualcuno come lui. Qualcuno potrà dire che è un pezzo di passato, un passato di rock ‘n roll che non tornerà più: ma questo qualcuno sicuramente non era presente ieri sera. Il Boss non è per niente passato, non ispira sensazioni nostalgiche, è presente e pronto a esserlo ancora per tutto il futuro, un suo concerto può ancora tranquillamente annichilire un’enorme parte del panorama musicale contemporaneo e ha tutta l’intenzione e la voglia di continuare a farlo. Dall’inizio scatenato ai picchi di massima commozione di The River, Indipendence Day, I’m On Fire, Bruce fa innamorare di lui ad ogni canzone: un suo show può essere il coronamento di un sogno (come nel mio caso) o l’inizio di una storia d’amore, ma assolutamente nulla meno di questo.

Ma c’è un difetto, una macroscopica problematica che mi porta a dirvi di ponderare bene la questione dell’acquisto di un biglietto per un suo concerto: lo spettacolo è talmente pieno, lungo, generoso, emozionante, che ci si aspetta di uscirne sazi. E invece no. Non si è mai completamente sazi del Boss.
Quando uscirete, non sarete stanchi, non sarete appagati. Non sarà ancora finita per voi. Avrete subito voglia di girare i tacchi e rientrare di corsa nello stadio, sedervi di nuovo al vostro posto, ricominciare da capo tutto, giusto per essere sicuri di aver vissuto davvero tutta quella roba, per essere certi che non sia stato un sogno. E poi c’è un’ultima canzone che avreste voluto sentire, solo una. E poi solo un’altra, e un’altra ancora. Ma magari un intero concerto, perché no.

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E così inizierete ad aspettare il prossimo tour, a contare i giorni, riascoltando per ingannare il tempo le canzoni del concerto, o magari, se già non li avevate, comprando i suoi dischi. Inizierete ad ammorbare ogni vostro amico, parente o conoscente con i racconti del concerto, con i (pochi) video che sarete riusciti a fare quando l’emozione non era troppa per star fermi a registrare. Non riuscirete più ad ascoltare una delle sue canzoni senza un tuffo al cuore pensando che mentre la suonava, voi c’eravate. Ai prossimi concerti a cui parteciperete, non riuscirete a non fare i confronti con quello del Boss, e molto spesso perderanno miseramente. E alla sua prossima data, ve lo posso assicurare, vorrete esserci.
Ecco perché non dovete assolutamente andare ad un concerto del Boss: perché non sarà mai solo uno.

 

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