Testo di – LORENZO VERCESI

 

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Ci sono canzoni che restano. Ci sono parole che restano. E ci sono atmosfere che, in qualche modo e per qualche ragione, restano e non se ne vanno. È raro che accada ormai. Il mondo ha imparato ad adeguarsi al fugace e all’effimero, a ciò che ha effetto immediato in un tempo il più ristretto e meno ingombrante possibile. E tutto se ne va, seguendo i veloci passi di un vento che, minaccioso, soffia, lambisce e passa. A volte però ci sono cose che si appendono a noi, lasciandoci una sensazione di presenza, di peso, di esistenza. Grazie ad esse sopravviviamo al progredire inarrestabile del tempo e della vita, grazie ad esse possiamo trovare lo spazio per fermarci e guardarci dentro, prima che il tutto si cancelli a beneficio di un nuovo avvenimento. E viviamo di un’alternanza, di un ossimoro, di una ricchezza dell’essere. Ogni volta che qualcosa ci colpisce e ci immobilizza con il suo peso-leggerezza sottraendoci all’azione incessante della vita che scorre via, un pezzo della nostra anima si riempie. E noi non siamo fatti per essere vuoti, siamo eterni contenitori, stanze in eterna attesa di un mattino che le riempia di giorno.

La prima volta che ho ascoltato “Closing time” c’era una pioggia insolente ed era aprile. Dentro di me c’erano grigio, noia e semplici contorni di parole. Tom Waits è riuscito in un’impresa incredibile: si è insinuato nel buio anfratto del mio cuore, senza la pretesa di dovermi indagare o consolare, leggero, dolce, ruvido, possente. Quel che ha trovato non se l’è portato via, lui l’ha soltanto saputo nominare con le sue nostalgiche canzoni da vecchio cantastorie errante, dando finalmente una polpa a quelle mie parole vuote. Tom Waits non ha corretto le pieghe della mia anima, ma vi ha infilato il lino della sua poesia malinconica, raccontata da una voce rauca ed estremamente paterna, lasciando in me un incanto socchiuso. “Closing time” non è un album, è una testimonianza. Le sue elegie ebbre e stanche non sono semplice poesia cantautoriale, sono piccoli pezzi di un cuore spezzato, sassi e tracce di fango di strade percorse, frammenti di un mondo osservato con occhi obliqui e tristi, ma sempre in grado di illuminarsi.

C’è in questo lavoro una meraviglia terrena, priva di disillusioni e di aneliti eterei, sola e semplice nella sua umanità, nel suo peccare soltanto di essere vera e sincera. “Closing time” è l’ora di chiusura, quando dalla penombra dei locali escono in silenzio le ombre di sfaccendati, squattrinati, poeti e malati d’amore, dalle vene piene d’alcool e di solitudine ed il cuore gonfio di dolore. È notte là fuori dopo l’orario di chiusura, la notte amica delle anime afflitte, la notte consolatrice serena.  In un mondo in cui la notte è diventata luogo di stravizi e di perversione, l’autore si ritaglia uno spazio di notte all’antica, fatta di luna e di speranze, di solitudine e introspezione. Tom Waits ci prende nella sua ruvida mano di uomo, ha una presa delicata, da poeta, da violinista e per tutto il tempo non ci guarda, per non farci sentire violati e ci conduce col passo incerto dell’ubriaco o dell’insicuro in un vortice di polvere, lune albicocca e gatti che solitari urlano alle stelle, fra cuori infranti e nomi di giovani donne un tempo amate, un tempo avute. Sembra di udire nel petto quello stesso dolore, quell’ago appuntito che pungeva l’animo del cantautore durante la stesura dei pezzi, ma al tempo stesso sembra anche di vedere una luce fioca fra l’uniformità della polvere e la scurità della strada. “Closing time” è un addolorato inno alla vita, alle leggi ingiuste che la tengono insieme e ce la rendono al tempo stesso meravigliosa e crudele. E cela al suo interno una poesia vivida, umana, possente, accompagnata da un pianoforte mai invadente, melodico e nostalgico insieme e dalle note struggenti di un’acustica quasi scordata che pare rimandare allo strumento impolverato che portava con sé in ogni luogo il grande Bob Dylan. “I hope that I don’t fall in love with you” recita il titolo del pezzo di apertura. Se a lui non è accaduto, sicuramente è successo a me.

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