Testo di – GIULIA MAINO, LEONARDO MALAGUTI e DAVIDE PARLATO

romafilmfest_2011

In attesa di un 2014 cinematografico che si preannuncia ricco di novità interessanti, Revolart presenta la lista dei dieci film del 2013 che, se avete perso, vale la pena di recuperare. Niente classifiche, niente podio, solo tanto buon cinema da gustare in questi giorni di festa.

LA GRANDE BELLEZZA – Paolo Sorrentino

FgU2s3-PZQhm42xPGcIQNDZjCTGDY8gX0rxjmmXruig

“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza”. (da Viaggio al termine della notte di L.F. Celine)

L’ultimo capolavoro di Sorrentino è un film profondo, pieno, emozionante, intriso di una profana spiritualità della vita incarnata dal doppio volto di una Roma icastica come poche volte sullo schermo cinematografico. Jep Gambardella, scrittore mancato divenuto giornalista presso un’importante testata della capitale, è, come a suo stesso dire, “il mondano”: non un uomo frivolo e superficiale, tutt’altro. Una persona incapace di contenere la sua immensa profondità evitando di soffrire. Un uomo che al dolore di vedersi scivolare continuamente di mano la grande bellezza preferisce (o meglio è costretto a scegliere) il più cieco divertissement mondano, senza però evitare di pensare a quel latitar del vero che lo tiene in vita. La grande bellezza, acclamato dalla critica mondiale come uno dei film più belli dell’anno, è un viaggio celiniano, reso vivo da un’interpretazione attoriale, quella di Toni Servillo nel ruolo del protagonista principale, assolutamente impeccabile e coinvolgente.

THE MASTER – Paul Thomas Anderson

Dopo il possente e tragico There Were Be Blood, Anderson torna nel 2013 con un nuovo film, il quale (come il precedente) racconta l’esegesi di una vicenda complessa, controversa e profondamente anti-americana. Freddie Quell, reduce della Seconda Guerra Mondiale con evidenti problemi psichici e relazionali, viene preso sotto l’ala di Lancaster Dodd, fondatore di un movimento chiamato “La Causa”, di cui è il capo spirituale. Il regista, con la sua solita invasività seducente e maniacale, penetra nella psiche dei personaggi rivelando le loro peggiori idiosincrasie e i loro demoni più nascosti. Un dramma beckettiano sull’eterno doppio di natura e cultura, istinto e raziocinio, sacralità e carnale, che travolge e spiazza lo spettatore tramite una messa in scena sontuosa ed elegante, che non rischia mai di scadere nell’autocelebrazione. Anderson e i suoi magnifici attori sono al servizio della storia e dei personaggi, meravigliosamente umani, che insieme hanno portato alla luce.

ONLY GOD FORGIVES – Nicolas Winding Refn

only

Presentato al Festival di Cannes, la nuova opera del regista danese narra la vicenda di Julian, proprietario insieme al fratello di un club di boxe Thailandese a Bangkok. Quando il fratello viene ucciso Julian, spinto dalla madre, decide di vendicarsi; dovrà fare i conti con un vecchio poliziotto in pensione, vero artefice dell’omicidio. Refn divide pubblico e critica con un film ruvido, crudissimo, dalla messa in scena scarna ed evocativa che ricorda nei colori e negli spazi un Kubrick d’annata. I dialoghi pressoché assenti donano all’intero girato un’atmosfera solenne, ossessiva e cupa, che rapisce e atterrisce chi guarda senza che si senta la mancanza di una trama più elaborata o complessa. Un revenge movie che scava nel torbido dei rapporti famigliari, dell’eterno richiamo della Madre, del primigenio istinto di violenza e brutalità che ci schiaccia e ci rende succubi. Un’opera impegnativa e piena di sfumature, che solo un occhio attento e predisposto riesce a cogliere.

DJANGO UNCHAINED – Quentin Tarantino

11111111

Premiato con due statuette  e campione di inverno ai botteghini, questo film rappresenta la prima liturgica incoronazione di Tarantino sia a livello di critica sia di pubblico. Riproposizione pulp dello storico spaghetti-western di Corbucci, tributo ad uno dei generi prediletti dal regista del Tennessee, sorprendente pastiche di hip-hop, exploitation, sangue e temi storico-sociali, Django Unchained può essere senza ombra di dubbio ritenuto il capolavoro stilistico di Tarantino. Per bellezza a pari merito annoverabile con il predecessore Inglourious basterds, spicca però rispetto a questi per la maturazione di uno stile che ha raggiunto finalmente il Nirvana cinematografico, svincolandosi completamente da ogni pretesa di alterità rispetto al puro cinema. Un gioiello insomma raffinato da tutte le sue impurità e reso ancora più sfavillante da una veste fotografica e coloristica davvero ineccepibile (senza dimenticarsi poi della favolosa scelta musicale). Epico, divertente e geniale: ma non dimenticarsi del contributo attoriale dell’ormai infallibile Christoph Waltz e di uno scoppiettante Leonardo di Caprio, che di certo sta attraversando l’età dell’oro della sua carriera artistica.

LA VIE D’ADELE – Abdellatif Kechiche

la-vide-dadele-image

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013, l’ultima fatica del tunisino Kechiche è la storia di Emma e Adele, due ragazze di Lille che si incontrano e scoprono di amarsi tra mille dubbi, paure e forti emozioni. Le due giovani si ritrovano a scontarsi con un mondo che non le capisce, o che le accetta senza riserve, o semplicemente le accoglie rimanendo in silenzio. Ciò che esplode sullo schermo è il loro bisogno di amarsi, la loro fisicità irruenta e vorace, le loro parole e i loro gesti che raccontano l’amore giovane, quello che non ammette né mezzi termini né compromessi. Kechiche osserva i loro corpi e i loro momenti d’amore e di rabbia con dolce poesia e meticolosa attenzione documentaristica, dando al film molteplici registri di interpretazione. Da ricordare le interpretazioni sconvolgenti delle due protagoniste, Adele Exarchopoulos  e Léa Seydoux. Un’opera sulla vita e sull’amore, delicata come un sogno e violenta come la verità.

LES MISERABLES – Tom Hooper

aaaaa

Remake del musical di Schönberg-Boubill del 1980, ripropone, in una delle vesti musicali più epiche nella storia del cinema, le vicende dei protagonisti dell’omonimo romanzo di Victor Hugo. Le vite di questi “miserabili” si intersecano e confliggono con la congiuntura storica che fa da palcoscenico temporale della vicenda: gli albori del quarantotto parigino. E le passioni, i dolori, le angosce e la rabbia sono cantate dai vari personaggi con un coinvolgimento emotivo molto raro nelle possibilità espressive di un musical. Al di là delle “arie” che costellano l’opera, tutta questa è resa viva da un particolare tipo di “recitar cantando” che da una parte non adombra il recitativo e dall’altra consente agli attori di sfoggiare tutto il loro pathos canoro. Davvero emozionanti infatti sono tutte le performance al canto degli attori protagonisti: ma in particolare davvero sorprendente la partecipazione di Anne Hathaway, sia nella recitazione sia nella sua parte cantata, in assoluto la più bella e commovente di tutta l’opera – stiamo parlando della celebre I’ve dreamt a dream. Maestoso, emozionate, coinvolgente e sorprendente: un musical davvero imperdibile.

BLUE JASMINE – Woody Allen

blu

Dopo il deludente exploit di To Rome With Love, Allen ritrova il suo tocco magico con una commedia amara senza fronzoli né intellettualismi. La storia di Jasmine, ricca manhattanite snob che, perso tutto con l’arresto del marito, novello Bernie Madoff, si ritrova a dover chiedere aiuto alla sorellastra che abita con mezzi modesti a San Francisco, riecheggia “Un tram chiamato desiderio” e segna una tappa inedita nella filmografia del regista newyorkese: la classica trama delle sue commedie si ripropone priva di ogni filosofismo, saldamente ancorata alla realtà della crisi, in una luce nuova e aspra, dove poche amare risate si alternano a duri colpi nello stomaco, dove la divertente nevrosi alleniana lascia il posto ad un devastante crollo nervoso . Il personaggio di Jasmine è capolavoro, all’altezza di Annie o  Helen Sinclair, e Cate Blanchett (a capo di un cast superlativo) la interpreta con una forza e una bravura tali da lasciare senza fiato.

VENERE IN PELLICCIA – Roman Polanski

ven

Due attori, una pièce controversa, un teatro: è tutto ciò che serve a Polanski per creare un’irriverente, grottesco, tesissimo gioco al massacro. Mathieu Almaric e Emmanuelle Seigner (madame Polanski) si alternano nel ruolo del gatto e del topo in questa guerra dei sessi, in questo incontro/scontro di perversioni che mette a nudo le dinamiche di potere del rapporto uomo/donna, dando performance straordinarie: lui, come Thomas, nevrotico regista capace di affermare la propria mascolinità solo dimostrando una superiorità intellettuale più presunta che reale, che viene lentamente fatto a pezzi e soggiogato da  lei, Wanda (come la protagonista della pièce), nelle molteplici vesti di attricetta volgare, grande attrice, venere ammaliante, capace di intridere ogni sguardo di una torbida, elettrica sensualità. Il resto lo fa Polanski, grazie ad una regia semplice ed efficacissima, capace di creare tensione con il solo uso del campo e controcampo: una regia ritmata e ammiccante che, senza mai farsi vedere, con l’aiuto della sublime colonna sonora di Alexandre Desplat, guida tutta l’azione verso un culmine visionario e dissacrante che riporta alla memoria il grottesco alienato  di Cul-de-sac e L’inquilino del terzo piano.

HOLY MOTORS – Leos Carax

holy

Certamente uno dei film più belli degli ultimi anni, un capolavoro allucinato che si (ci) nutre di cinema, della magia meccanica del film, un percorso filosofico straordinario nei fotogrammi della storia dell’immagine in movimento, tra le ombre che la popolano e che popolano l’immaginario collettivo. La storia è quella di Monsieur Oscar, attore instancabile che viaggia per Parigi e dintorni su una limousine/camerino guidata dalla misteriosa Céline (l’Edith Scob di Occhi senza volto), popolando, sempre con sembianze diverse, stralci di vita, di morte, di finzione.  È la storia di un mezzo decadente, nato nella decadenza e sempre sull’orlo del collasso, che in questo limite tra la vita e la morte, nel mondo delle ombre, trova la sua linfa vitale e, come una fenice, non fa che risorgere dalle su stesse ceneri. Denis Lavant sostiene sulle sue spalle l’intero film con una performance proteiforme che mette i brividi, paragonabile per trasformismo ai migliori Alec Guinness o Peter Sellers.

RE DELLA TERRA SELVAGGIA – Behn Zeitlin

(Quvenzhzé Wallis)

Re della terra selvaggia, del regista esordiente Behn Zeitlin, è stato sicuramente il momento più poetico di questo 2013 cinematografico, un film estremamente delicato e potente. È la toccante epopea della bambina di sei anni Hushpuppy che abita col padre malato nelle paludi della Louisiana, in una zona chiamata “Grande Vasca”, costantemente a rischio di inondazione. È un atipico racconto di formazione e il viaggio straordinario in un mondo altro, selvaggio, aspro e profondamente umano, filtrato attraverso gli occhi di una bambina, capaci di vedere la bellezza di un luogo impervio e di capire la complessità di una vita impietosa. Quvenzhane Wallis è l’interprete eccezionale di Hushpuppy, talmente brava da essersi meritata una candidatura all’Oscar, corpo e anima di un film emozionante, ricco, capace di far ridere, piangere e sognare.

8 Risposte

  1. Cineasta

    The Master, Django, Les Miserables, Holy Motors e Re della Terra Selvaggia sono del 2012.

    Rispondi
  2. Cineasta

    The Master, Django, Les Miserables, Holy Motors e Re della Terra Selvaggia sono tutti del 2012.

    Rispondi
  3. Leonardo Malaguti

    Certo, anche Django Unchained se si vuole essere precisi (già che ci siamo), ma questa classifica è stilata secondo l’uscita italiana delle pellicole, tutte uscite nei nostri cinema da gennaio 2013 in poi.

    Rispondi
  4. Giulia

    Lo sapevamo perfettamente, abbiamo però voluto considerare l’uscita nelle sale italiane.

    Rispondi
  5. Leonardo Malaguti

    Chiedo perdono, mi ero perso Django per strada leggendo il suo commento. Spero comunque di essere stato esaustivo nella risposta.

    Rispondi
  6. AlquaidoLitino

    FInalmente qualcuno che mette Holy Motors! Tuttavia mi dispiace che non abbiate messo neppure un documentario nella top ten, “The Act of Killing” di Oppenheimer o il capolavoro di Oskar Alegria “La casa Emak Bakia”! Non perdeteveli se appaiono nelle cineteche e nei festival

    Rispondi
  7. Leonardo Malaguti

    The act of killing è già nella list die film che deco vedere e l’altro lo aggiungo subito, grazie dei suggerimenti! E naturalmente Holy Motors non poteva mancare, davvero un grande film

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata