Testo di—SILVIA PENNAZZI


Le recenti vicende etico politiche avvenute non solo nel nostro Bel paese ma anche in altri stati europei hanno sollevato numerosi dubbi all’interno delle nostre giovani menti. Innumerevoli domande sono sorte di fronte a tutto quello che è successo. Cosa vorrà mai dire,ormai, Europa dei sei,dei dodici,dei venti? Cosa potranno mai significare questi numeri ora che la bella Cipro è ridotta ad una semplice percentuale del quaranta per cento? E cosa dire,allora, della penisola ellenica,che ,a breve, non potrà più disporre del proprio territorio perché svenduto? E,sempre per rimanere in tema di decimi,cosa dire dell’Italia paralizzata per due mesi dalle percentuali elettorali? Tutti sintomi,questi, di una paralisi non solo economica,ma anche politica. Se letta alla luce di tutti questi strani avvenimenti, risultato di evidenti tensioni già presenti da qualche anno, la decisione recentemente adottata da Roberto Calasso,direttore della nota casa editrice Adelphi, riguardo la pubblicazione delle opere di Curzio Malaparte,scrittore toscano del Novecento,non dovrebbe risultare totalmente casuale. Originario di Prato, Curzio Malaparte prende parte ad entrambi i conflitti mondiali, e come gran parte dei suoi colleghi scrittori,tale esperienza di guerra segnerà tutta la sua vita,ed in particolare la sua opera di scrittore. A differenziarlo dai suoi contemporanei è la dettagliata ritrattistica, non tanto della guerra quanto dell’ Europa stessa, quasi come ogni stato partecipe al conflitto avesse un particolare volto proprio. Operazione ,quest’ultima, che raggiunge il suo culmine nel suo forse più celebre romanzo Kaputt,dove i tratti fisionomici di ogni Stato, belligerante e non, assumono una forma sempre più palese. E sempre a compimento di tale impresa, Malaparte non fa sconti a nessuno:così come la Germania è ricorrentemente tassata dagli aggettivi “crudele” ed “incivile”, allo stesso modo la Svezia avrà quello di “indifferente”e ,al loro fianco, appare un’Italia stremata, totalmente schiava di un’altra nazione.<<In Kaputt la guerra conta dunque come fatalità,non v’entra in altro modo. Direi che non v’entra da protagonista ma da spettatrice, nello stesso modo in cui è spettatore un paesaggio.>> scrive l’autore,seduto nel giardino della casa del contadino ucraino Romàn Suchéna, nelle pagine che introducono Kaputt. Siamo nel 1941 e l’agile penna di Malaparte ha da poco incominciato a scrivere questo eccezionale percorso autobiografico,che a detta di molti sarà il suo capolavoro indiscusso. In viaggio per l’Europa in qualità di Regio Capitando degli Alpini, lo scrittore incontra alcuni dei rappresentanti dei paesi in conflitto, e ad essi narra delle vicende da lui vissute in prima persona sul fronte russo. Sono racconti il più delle volte muti alle orecchie dei suoi interlocutori,i quali sono invece ritratti con un tale minuziosità e ricchezza di dettagli da farli apparire,agli occhi di un lettore attento,come i veri protagonisti. Oggetto dell’analisi compiuta in Kaputt non è infatti la seconda guerra mondiale nella sua generalità,ma ciò che, in questa guerra, l’uomo ha fatto della sua umanità. Osservando le eleganti mani del generale tedesco Frank,governatore di Varsavia durante l’occupazione nazista, sfiorare delicatamente i tasti d’avorio del pianoforte eseguendo perfettamente Beethoven, ed accarezzare con la stessa gentilezza il grilletto di un fucile puntato contro un bambino ebreo,o scrutando lo sguardo spento e disperato del re Umberto,ulteriormente aggravato dal suo abbigliamento trasandato, Malaparte si chiede cosa resti di quell’Europa un tempo nobile e fiera. Sono storie crudeli quelle che popolano Kaputt,e lo rendono un vero e proprio affresco di crudeltà. Testimoni sincere di un’Europa rottamata,da ormai troppo tempo in lotta con sé stessa e che, avendo perso tutta quell’orgogliosa nobiltà racchiusa nel suo glorioso passato, non ode più il dolce eco della sua musica,il celebre Inno alla gioia di Beethoven,a cui questo romanzo sembra appellarsi disperatamente,se non per il suo presente, almeno per le generazioni future,alle quali però,come dimostrato da questa strana paralisi, risulta sempre più estraneo,sostituito da una melodia di accordi dissonanti il cui suono brusco ricorda la parola tedesca kaputt,in italiano rotto.

 

3 Risposte

  1. serena

    Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gia’ salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

    Rispondi
  2. debora

    bel servizio da provare, complimenti per il blog 😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata