Testo di FEDERICO QUASSO

Un libro in cui si parla di un libro dettato all’autore da un libro. Posto in questi termini potrebbe sembrare uno scioglilingua, nel migliore dei casi, o addirittura una frase priva di senso. Eppure La svastica sul sole (The man in the high castle in originale) è esattamente questo.

Philp K. Dick scrisse molto durante la sua vita, ma il suo nome conobbe davvero la fama solo post mortem, grazie soprattutto al successo del film Blade Runner, ispirato al suo romanzo Il cacciatore di androidi. Viene ormai considerato un autore pienamente postmoderno, precursore del cyberpunk e dell’avantpop, uno dei pionieri della fantascienza moderna e del sottogenere dell’ucronia, di cui La svastica sul sole rappresenta uno dei massimi esempi.

Dick, infatti, immagina e descrive come sarebbe stato lo scenario internazionale se la seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalle potenze dell’Asse invece che dagli Alleati. Un mondo spartito fra la Germania e il Giappone, che estendono la loro sfera di influenza su ogni nazione, Stati Uniti compresi. Il territorio americano è stato diviso in tre settori: la costa orientale è in mano ai Tedeschi, mentre quella occidentale ai Giapponesi; la zona centrale delle Montagne Rocciose funge da cuscinetto tra le altre due.

In questo scenario si muovono i diversi personaggi che saranno, alcuni consapevolmente altri ignari del loro ruolo, coinvolti nei complotti ordini segretamente dalle alte sfere delle due fazioni. Le loro vite entreranno in contatto e si scontreranno, dando l’avvio ad un’escalation drammatica. Ognuno di loro, però, grazie agli eventi di cui sarà protagonista, riceverà una rivelazione sul proprio mondo e la propria vita, raggiungendo un nuovo grado di consapevolezza.

Per capire e apprezzare appieno il libro, tuttavia, bisogna parlare di altri due fondamentali elementi: all’interno de La svastica sul sole sono presenti altri due testi. Il primo è un romanzo fantapolitico che i vari personaggi avranno modo di leggere; ne La cavalletta non si alzerà più (questo il titolo), il mondo non è controllato da Giappone e Germania, bensì dagli Alleati che hanno vinto la guerra. Vengono così costruiti due universi paralleli e speculari, che si escludono a vicenda pur essendo entrambi reali.

L’altro sottotesto presente è un libro millenario, foriero di una tradizione antichissima eppure ancora presente e radicata in Cina: l’Yi Ching. Si tratta di un oracolo, un libro a cui si possono porre domande e da cui ottenere risposte attraverso un’azione divinatoria. Lo stesso Philip K. Dick pare lo abbia usato in diversi passaggi del suo romanzo, quando si trattava di compiere una scelta importante. E al medesimo modo vi si rivolgono tutti i personaggi per chiedere delucidazioni sul proprio presente e futuro. Ancora, lo scrittore Hawthorne Abendsen, autore nella finzione narrativa de La cavalletta non si alzerà più, rivelerà di aver scritto il proprio libro quasi sotto dettatura dell’Yi Ching: ogni cosa, dalla trama, ai personaggi è stata decisa dall’oracolo, poiché questo, frutto di una cultura avanzatissima, e espressione del divino nel mondo, esiste contemporaneamente in ogni possibile universo parallelo.

Ciò che succede all’America nell’opera di Dick, riflette ciò che avvenne per la Germania post-guerra (e in senso più lato al mondo intero) diviso fra le sfere di influenza delle due superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica; l’era successiva alla conclusione della seconda guerra mondiale, in cui l’autore visse e scrisse, ha visto una pace solo apparente, superficiale, mentre in profondità la lotta per imporsi sui nemici continuava attraverso intrghi e complotti. Ecco allora che La svastica sul sole non è solo fantascienza; è invece un tentativo di dare valore ad una letteratura considerata dal grande pubblico come un genere di puro consumo. E se in alcuni passaggi la lettura risulta poco scorrevole, a causa anche della struttura complessa (a tratti confusa) del panorama socio-politico raffigurato dall’autore e della sua pretesa che il lettore ricordi in ogni momento che la sua opera è una continua ed enorme allegoria, le pagine finali, con la loro lucidità, ripagheranno dello sforzo compiuto per giungervi.

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