Testo di – Salvatore Grasso

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Milano si cambia d’abito, si trasforma, e se il motivo sia legato unicamente all’avvento di Expo o se sia anche determinato dalla velleità dei grandi nomi della moda di rendere onore al valore del proprio marchio il risultato resta univoco. Grandi torri azzurre squarciano il cielo in linea con le imprese di Porta Nuova, mentre spruzzi di verde e fontane arricchiscono piazze e viali di nuova costruzione. La Darsena conquista dopo anni di abbandono un profilo di primo piano, offrendo a milanesi e non la possibilità di perdersi tra le correnti vorticose e le luci stranianti della movida. La Milano classicheggiante resta imponente, lasciando tuttavia alla Milano futurista il ruolo di “Vetrina d’Italia”.

Curiosa la scelta di Prada di prendere le distanze da tutto questo e rifugiarsi nella periferia per la costruzione della nuova sede della propria fondazione. L’idea di base ricorda molto il Kinkaku-ji di Kyoto, Giappone, in cui la natura incontaminata fa da cornice ad un complesso sacro interamente rivestito in foglia d’oro , ma con la variante che per la fondazione lo scenario si compone di edifici simmetrici e monocromatici.

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La Fondazione, situata in Largo Isarco, si sviluppa su una superficie di quasi 20.000 m2 ed è stata interamente progettata dallo studio di Architettura OMA, sotto la supervisione dell’olandese Rem Koolhaas. Porre le radici della nuova casa dello storico marchio Italiano in una zona isolata e poco visibile è stato sicuramente un grosso rischio, ma si è anche tradotto in un duplice regalo per Milano, che da una parte vede oggi ospitate nuove mostre e istallazioni provenienti da tutto il mondo e dall’altra vede rivalutata la zona immobiliare della fermata Lodi , in cui la stazione dismessa domina ancora oggi una vastissima landa di terre incolte e binari arrugginiti.

Oltre il cancello in ferro battuto che delimita l’ingresso si ha come l’impressione di essere inghiottiti in un’altra dimensione. I volumi si elevano con rigore seguendo un perimetro color cenere, ammorbidito da qualche piccolo arbusto . In un angolo, vicino alla torre d’oro una fila interminabile di turisti aspetta il proprio turno per gustare una calda brioche nel bar ideato dal regista Wes Anderson, interamente disegnato e arredato per riprodurre fin nei minimi particolari i tipici caffè della Milano nostalgica e corredato da foto , dipinti , servizi in ceramica e un jukebox con i grandi successi di Mina e altre stelle roventi della scena musicale italiana.

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Parlando delle mostre esposte al momento dell’apertura (9 maggio 2015) appare immediata la scelta di un tema classico nell’allestimento del padiglione centrale, disposto su due livelli . In particolare la minuziosa riproduzione di sculture greche antiche, bronzi, marmi con rifiniture in colore o monocrome, con i segni dell’azione del tempo o del tutto nuove, come quelle dorate. Degne di nota le diverse sculture rappresentanti i giochi olimpici e la riproduzione del discobolo di Mirone ( l’originale è esposto al British Museum). Le Cariatidi poste in alto si ergono sui visitatori con sguardo glaciale, senza piedistallo, sospese nel vuoto, mentre le varie statue raffiguranti Penelope disperata mostrano l’abilità degli antichi maestri di lavorare il marmo o il ferro come se fossero creta, sulla morbidezza dei tessuti , la profondità degli sguardi ( di fatti le pupille venivano realizzate in leghe ferrose diverse dal rame , per suscitare presenza di vita e brillantezza). A cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola, questa prima mostra dal nome “Serial Classic” apre il ciclo di esposizioni tematiche nei grandi padiglioni le cui pareti sono un connubio di spesse vetrate e pannelli di alluminio compresso.

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Le lunghe navate laterali della fondazione sono costituite da enormi gallerie a percorso unico che immergono direttamente gli spettatori nella vorticosa follia dell’arte moderna e post moderna, opere concettuali e visionarie, statiche o dinamiche, animate e morte. Si passa da corti sulla bipolarità e la schizofrenia, approccio Freudiano alla nevrosi in toni freddi e minacciosi, a busti incatenati come “Venus restaurée” di Man Ray per poi finire in grandi silos espositivi in cui auto di grande pregio posano in varianti diverse , tra cui modificate con sedili in sigarette , o rivestite in pece e piume. Strumenti quotidiani destrutturati e ricomposti con l’idea di imbrigliare una morale e risvegliare un’emozione in chi le osserva.

Spettacolare anche la torre destinata all’esposizione esclusiva di Damien Hirst. In uno spazio immenso, spoglio e ruvido si trova al centro di una sala illuminata una delle più famose istallazioni dell’eccentrico artista , Love Lost . Una struttura cubica piena d’acqua in cui tra i guizzi di alcuni pesci tropicali è posta una vecchia sedia da visita medica con tavolino, bisturi e una collana di perle. Degno di nota anche il gigantesco auditorium in cui ogni sera vengono proiettati girati d’autore tra preziosi sedili in velluto e tendaggi raffinati. Tra i primi Roman Polanski, leone d’oro alla carriera nel 1993 al festival di Venezia e Premio Oscar per la miglior regia ne Il Pianista.

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Prada punta in alto e se da una parte si può rimproverare di aver decentrato così tanto la nuova sede dall’altro va senza dubbio osannata per aver regalato a Milano qualcosa di autenticamente Italiano, con lo sguardo però volto verso l’Europa, creando un mix di tradizione e innovazione da lasciare stupiti. L’arte acquisisce protagonismo nelle immense sale e non è più confinata a mero soprammobile che riempie gli spazi. La cromia e geometria degli edifici tocca profondamente la sensibilità del visitatore che si sente confuso, travolto da calma, curiosità e stupore. Vi è anche da dire che la fondazione ha adottato dei prezzi accessibili a tutte le fasce d’età, garantendo l’accesso gratis ai giovani e un prezzo molto contenuto ai maggiorenni, proprio per manifestare la sua volontà di avvicinare l’arte alla portata di tutti.

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