Testo di – LEANDRO BONAN

 

Un netsuke è una statuetta, di avorio o legno, grande pochi centimetri, originaria (dal nome lo avrete immaginato) del Giappone. In origine venivano usati perché, essendo il kimono privo di tasche, fungeva da fermaglio a cui appendere portamonete, tabacchiere e altri piccoli oggetti.

Oggetti così piccoli e apparentemente insignificanti diventarono a partire dal XV secolo piccoli capolavori artistici, a cui gli artigiani dedicavano ore interminabili di lavoro. Dando loro la forma di divinità, animali, personaggi di racconti tradizionali, li trasformarono in un modo minuto ed elegante per mostrare il proprio estro e ogni acquirente sceglieva il netsuke che più confaceva alla propria personalità. Qui potete vederne alcuni esempi.

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Ve ne parlo perché sono gli indiscussi protagonisti del bellissimo libro Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund De Waal che nel suo primo romanzo racconta, attraverso la storia della collezione di famiglia dei netsuke, quella drammatica della sua dinastia.

Infatti De Waal è un discendente della famiglia Ephrussi, ricchissimi commercianti ebrei che fino alle seconda guerra mondiale erano i primi produttori mondiali di cereali e possedevano una banca considerata tra le più solide dell’Impero Asburgico.

Per chi come me ha amato indicibilmente I Buddenbrook di Thomas Mann era inevitabile avvicinarsi ad un romanzo che racconta un’epopea familiare con un certo scetticismo. Scetticismo che ho abbandonato dopo poche pagine: il romanzo è scritto in modo eccelso, sia per il linguaggio, ricercato, musicale, ma mai saccente, sia per lo stile, che si contrappone ad un vocabolario così ampio e si distingue per la semplicità pulita ed elegante della sintassi.

L’autore è senza ombra di dubbio un uomo di vasta cultura, la quale si riflette inevitabilmente nella già citata scelta lessicale, ma anche nei numerosi riferimenti ad arte, letteratura, musica, filosofia e storia; ciò non comporta, però, come spesso purtroppo accade, né un appesantimento della prosa né un periodare greve ed ampolloso. Il senso estetico dell’autore, ceramista ed artista di fama internazionale, che ha esposto anche alla Tate Britain, al Victoria & Albert Museum e al Kunsthistorisches Museum di Vienna, si palesa quindi già nella mera dimensione formale dell’opera, come anche nella scelta di raccontare la storia della famiglia tramite le peripezie subite dalla collezione di netsuke.

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Le statuette vengono infatti acquistate dall’antenato Charles a Parigi, e sono attualmente custodite a Londra dall’autore, dopo aver sostato prima a Vienna, poi a Tokyo, dall’amatissimo zio omosessuale dell’autore, Ignace, seguendo attraverso le generazioni e la storia i nobili, mercanti e banchieri, originari di Odessa.

Così, raccontando gli spostamenti delle 264 statuette di avorio e legno, Edmund de Waal ricostruisce anche la storia della sua famiglia, paragonabile per potenza alla dinastia Rotschild – a cui peraltro è legata da diversi matrimoni – sottoposta all’abominio delle leggi razziali, privata degli averi e della dignità a causa delle origini ebraiche.

E’ una vicenda di rabbia impotente, di dolore, ma anche di riscatto, non tanto nei confronti dei persecutori, quanto piuttosto verso la vita stessa: la famiglia Ephrussi ormai non esiste più, ma i discendenti hanno ottenuto prestigio e affermazione, indipendentemente dalle nobili origini, e possono guardare agli antenati con un senso forse di nostalgia, di cui il romanzo è intriso, ma a testa alta, senza rimpiangere ciò che è stato loro tolto. Il libro si chiude con la frase “Per i netsuke è un nuovo inizio.”, e lo è anche per la famiglia, raccontata e rappresentata dalle oltre duecento statuette.

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