Testo di – GIULIA BEROZZI

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Non è poi così inusuale, nell’arco della giornata, sorprendersi sovrappensiero nel riflesso di una vetrina, mentre si ripercorre la strada di casa; ci sono momenti in cui, nel caos quotidiano, l’occhio cade su uno specchio ma noi, inizialmente, non ci riconosciamo. Vi è mai capitato? Sarà perché la testa è inclinata da una parte mentre camminiamo veloci, o perché il nostro naso di profilo non ci sembrava poi così grande, o a causa delle spalle un po’ arcuate, che noi credevamo leggermente più dritte. E ci si domanda “davvero quella persona sono io? Questo è quello che vedono gli altri mentre cammino loro affianco?”. A volte si è proprio sorpresi, a volte ci si riscopre totalmente diversi, sconosciuti, quasi come se il nostro riflesso ci avesse traditi. Ed è ciò che ci racconta Pirandello in quello che è sicuramente non solo uno dei suoi romanzi più famosi, ma anche quello che può essere considerato emblema della sua poetica.

Vitangelo Moscarda, per gli amici Gengè, vive una vita tranquilla, agiata; ha ereditato dal padre la sua banca e vive di rendita facendo l’usuraio. Si può dire infatti che la sua sia una vita ordinaria, senza mai nulla fuori posto, senza turbe e preoccupazioni. Tutto procede come da copione, finché l’ordinarietà non viene letteralmente spaccata (e se ne vedranno dopo le conseguenze) da un commento che fa la moglie Dida, mentre il marito si sta osservando allo specchio. Inizialmente gli dice che il suo naso pende leggermente verso destra, per poi elencare altri suoi difetti esteriori, lasciandolo sorpreso ed amaramente incredulo. E’ questo il momento in cui, per Gengè, inizia la scomposizione della sua identità, della sua immagine. Nulla è più come prima.

Con i dialoghi e gli incontri della vita di tutti i giorni, inizia un viaggio attraverso i suoi innumerevoli io, trasformandosi così da consueto e pacato Vitangelo Moscarda, al personaggio più articolato dello sfaccettato mondo pirandelliano, compendio esaustivo del pensiero dell’autore.

L’improvvisa consapevolezza di Gengè lo porta, in un primo momento, ad annullare l’integra personalità che fino a quel momento lo ha fermamente accompagnato, sgretolandosi idealmente nei riflessi della sua immagine, non solo nello specchio di fronte a se stesso, ma soprattutto negli occhi di chi lo guarda.

Il romanzo è un incessante monologo in cui Vitangelo però interloquisce con il lettore, ponendosi dubbi e domande, e facendo la stessa cosa direttamente con chi si trova al di fuori, accompagnatore nascosto lungo tutta la sua indagine e  follia. Resosi conto di come la realtà della sua immagine sia ben lontana da ciò che ha sempre creduto fermamente, arriva a comprendere come la verità sia, appunto, un perpetuo cambiamento, una trasformazione che passa incessantemente da una condizione ad un’altra. Se non c’è movimento non c’è vita.

Gengè decide così di fare ciò che prima non avrebbe mai fatto, di sovvertire quella routine non più appartenente al suo io, ma a quello straniero dalle tante facce diventato vera e propria ossessione. La sua personalità non è più un’alleata, ma una nemica da cui difendersi paradossalmente, distruggendola. Come ci si può ritrovare se ciò che si fa è solamente scappare da se stessi?

La moglie poi, chiedendo l’aiuto di due amici e del suocero, cercherà di far interdire Vitangelo, oramai consumato dalla pazzia provocata dalla più totale alienazione, dell’essere senza confinarsi in alcuna personalità, dell’essere sapendo di non essere.

Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo dell’autore siciliano, uscito nel 1926 dopo un lunga preparazione, iniziata appunto nel 1909. Si tratta di un grande classico della letteratura italiana non solo sempre attuale, ma anche adatto a tutti. Una lettura in grado di suscitare un’importante riflessione introspettiva, le stesse domande a cui Gengè cerca risposta saranno quelle che ci si troverà a porci sfogliando le pagine di questa opera, che consigliamo vivamente.

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