Testo di – ALICE DOMINICI

 

Avevamo già passeggiato per i vicoli di Gubbio dove, una volta iniziata l’epoca delle Signorie, il centro di governo cittadino torna ad arroccarsi con la costruzione di Palazzo Ducale, e avevamo già visto come quest’ultimo sia stato progettato sul modello dell’omonimo palazzo di Urbino, centro del ducato di Federico da Montefeltro. Ci spostiamo, quindi, nello spazio, percorrendo la panoramica Strada della Contessa per ritrovarci tra le più dolci colline marchigiane, e nel tempo, approssimandoci al termine ufficiale del Medioevo (1492), lasciandoci trasportare dal vortice culturale dell’Umanesimo: i vicoli si fanno più ampi, le città e gli edifici si fanno ricettacolo di simboli della perfezione sfoggiando geometrie raffinate e non si limitano più a comunicare solo funzionalità, come era avvenuto per Palazzo dei Consoli a Gubbio, ma anche sicurezza e comodità per un uomo che si rivaluta come centro della propria esperienza di vita. Il passaggio dal Medioevo all’Umanesimo si mostra in tutta la sua fluidità nel palazzo simbolo del Ducato di Urbino e della sua storia, Palazzo Ducale. Per poterne cogliere a pieno la bellezza, però, è prerequisito fondamentale fare la conoscenza di Federico, emblema e sorgente della forza vitale del suo ducato e della stirpe dei Montefeltro.

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Federico da Montefeltro. Urbino è Federico: un personaggio romanzesco il cui volto è, forse, uno dei pochi universalmente presenti nell’immaginario degli italiani, complice la grande dedizione al mecenatismo che gli valse la vicinanza a Piero della Francesca, autore del celeberrimo ritratto esposto agli Uffizi di Firenze. Palazzo Ducale, che assieme all’intero borgo urbinate deve la sua esistenza alla maestria di Federico nel mestiere delle armi, ne ospita tre ritratti e una statua che, trovandosi all’inizio del percorso museale (prima di accedere all’Appartamento di Jole), sembra voler fare gli onori di casa e dare un assaggio di quanto la figura di Federico abbia impregnato le mura del palazzo. Il duca, che indossa l’armatura da generale romano in pieno stile rinascimentale, ostenta autorevolezza: il volto è rappresentato di profilo, come di consueto, per nascondere la perdita di un occhio sul campo di battaglia, mentre il naso è evidentemente limato per permettere ad un occhio solo di coprire l’intero campo visivo. Già in vita, infatti, come in una moderna operazione di marketing, Federico puntava a promuovere la propria immagine, non facilitata dal fatto di essere figlio illegittimo di Guidantonio da Montefeltro (e di una dama di compagnia dell’allora contessa di Urbino) e soprattutto per aver ottenuto il titolo di conte dopo la misteriosa morte del legittimo erede, suo fratellastro. A questo proposito fa spesso accostare allo stemma dei Montefeltro (un aquila, il cui uso fu accordato alla casata dal Barbarossa al tempo della discesa in Italia) i simboli di tradizione medievale dello spazzolino e dell’ermellino: la leggenda su quest’ultimo voleva infatti che l’animale fosse così attento alla pulizia del pelo da preferire la morte a sporcarlo, così come il duca legittima la sua posizione e nega ogni legame con la morte del fratellastro, sottolineando invece la purezza del proprio animo. Tuttavia, pur essendo benvoluto sia dal popolo che da numerosi regnanti stranieri (perlopiù clienti), Federico è un guerrafondaio: considerata la scarsezza di risorse nel ducato, l’unica risorsa stabile di ricchezza è infatti la sua vera e propria professione di capitano di ventura. Le innumerevoli campagne militari e gli sforzi di auto-promozione non valgono però al mantenimento del potere sul ducato: l’impotenza e la sterilità dell’unico figlio Guidubaldo, che valsero a sua moglie Elisabetta Gonzaga l’appellativo di “Principessa bianca”, portano infatti all’estinzione della casata dei Montefeltro, il cui ducato passerà ai Della Rovere, tramite l’adozione del nipote Francesco Maria Della Rovere.

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Il palazzo e la collezione. Proseguendo nel salire la scalinata lungo la quale abbiamo incontrato la statua di Federico si giunge all’Appartamento della Jole, primo dei cinque appartamenti in cui si articola l’esposizione vera e propria. Palazzo Ducale, infatti, secondo un percorso analogo a quello di Palazzo dei Consoli, ospita la Galleria Nazionale delle Marche dal 1912, la cui unica logica espositiva è quella della provenienza territoriale delle opere, molto diverse, in realtà,  per periodo di realizzazione e valore.

Il primo appartamento, assieme ad una vasta collezione di pale d’altare e di predelle (che ci raccontano una preziosa testimonianza di vita quotidiana nel Basso Medioevo: la lamina d’oro è evidentemente grattata via dalle pale), ci offre l’unico pezzo originale di arredamento quattrocentesco finora rinvenuto: l’Alcova di Federico, utilizzata quando quest’ultimo era ancora conte e attendeva che venisse ultimato l’Appartamento del Duca, testimonia il bisogno di ridurre gli spazi abitativi in “scatole” di legno per potersi riscaldare, e reca ancora le tracce della candela di Federico sui pannelli delle pareti. Attraversiamo poi l’Appartamento dei Melaranci, dimora di opere di periodo basso-medievale e rinascimentale di numerosi autori dell’Italia centrale, per giungere all’Appartamento degli Ospiti: qui, nella Sala del Re d’Inghilterra, ci imbattiamo in un’interessante collezione numismatica risalente al ‘400 e recentemente rinvenuta dei sotterranei del Palazzo; il soffitto invece, accanto ai già citati simboli dell’ermellino e dello spazzolino, racconta la storia di un altro simbolo: la giarrettiera. Federico viene infatti ammesso da Giacomo III Stuart all’Ordine della Giarrettiera, così chiamato a causa dell’aneddoto che vede un cavaliere di animo nobile -riconoscimento spasmodicamente cercato dal duca- raccogliere la giarrettiera caduta ad una dama ad un ballo di corte ed esclamare, in risposta ai bisbigli degli altri invitati, “Si vergogni chi pensa male di questo”. Le due sale adiacenti, che precedono l’ingresso all’Appartamento del Duca, ospitano invece le tele d’eccellenza del museo: appare finalmente Piero della Francesca con la celebre “Flagellazione di Cristo” (una seconda opera, la “Madonna di Senigallia”, è invece situata nella sala delle Udienze), accompagnato da una delle altrettanto famose tele dello “Studio della città ideale”, attribuita a Laurana e da uno dei pochissimi ritratti di Federico, qui rappresentato assieme al figlio Guidubaldo in età puerile ad opera di Pedro Burruguete. Proseguendo verso l’Appartamento della Duchessa è possibile invece contemplare, prima de “La Muta” e la “Piccola Santa Caterina di Alessandria” di Raffaello, le opere di suo padre, Giovanni Santi, la cui fama era così nota da indurre Raffaello a cambiare il proprio cognome in Sanzio per non esserne oscurato. Tali opere sono situate nel corridoio in cui la Duchessa soleva intrattenersi assieme agli altri ospiti della corte (è qui che nasce infatti “Il Cortegiano” di Castiglione) assieme alla “Predella dell’Ostia Profanata”, raro esempio di narrazione pittorica e indice di un’altra curiosa usanza dei fedeli del Quattrocento: i diavoli rappresentati nell’ultima scena sono infatti difficilmente visibili, essendo stati anche questi grattati via, stavolta non per il valore dei materiali usati ma per scaramanzia.

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L’ appartamento del Duca. È nell’Appartamento Ducale che le peculiarità del personaggio di Federico emergono in tutta la loro evidenza, riflettendosi negli ambienti: il duca intende trasmettere la dualità del suo valore, allo stesso tempo di uomo d’arme e di grande mecenate. Le sale sono contornate da porte intarsiate in modo finissimo, e in particolare alla stanza da letto del duca si accede da due porte decorate su disegno di Botticelli e raffiguranti la prima Ercole e Marte, la seconda Apollo e Minerva. Anche lo studiolo, pezzo forte della collezione, presenta caratteristiche simili: sotto i ventotto  “Ritratti di uomini illustri”, di cui solo quattordici ancora in originale, si apre uno spazio raccolto le cui parete sono completamente ricoperte da legno intarsiato, i cui disegni, finemente studiati, mostrano un’armatura riposta a favore di libri, strumenti musicali, un astrolabio e amene vedute paesaggistiche in pieno stile Rinascimentale inserite come trompe l’oeil. Non mancano, tra i volumi, lo scrittoio a scomparsa e le ante nascoste dagli intarsi, indovinelli per testare l’astuzia degli ospiti di Federico. L’amore per i libri non si limita però al solo studiolo: Federico da Montefeltro aveva infatti accumulato circa cinquemila volumi (tutti fatti rigorosamente ricopiare a mano secondo i suoi gusti e oggi conservati nella Biblioteca Vaticana) che costituivano una delle biblioteche più importanti dell’epoca. Tanta attenzione per la cultura e il mecenatismo non toglieva però importanza alla sua figura politica: dalla Sala delle Udienze, oltre che allo studiolo, si accede infatti ad una terrazza orientata verso la strada proveniente da Roma, posta sull’imponente facciata del palazzo così da far risaltare agli occhi di qualsiasi avventore il potere e la ricchezza del Ducato di Montefeltro.

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I sotterranei dall’Appartamento Ducale Federico poteva spostarsi all’Appartamento della Duchessa attraverso un passaggio segreto, al suo osservatorio astronomico posto sulla cima di una torre oppure, scendendo la suggestiva scala a chiocciola della stessa torre, ai sotterranei del palazzo, dove si trovavano i suoi bagni (le terme) e le scuderie. Gli ambienti di servizio quali la lavanderia e le cucine, pur non essendo frequentati dal duca, sono invece molto interessanti dal punto di vista della gestione del palazzo: elementi inaspettati sono un’enorme cisterna per la conservazione della neve, usata sia come un moderno congelatore che per rinfrescare bevande e pietanze e un ingegnoso sistema di riciclo dell’acqua piovana la quale, quando troppo copiosa per poter essere mantenuta in cisterne, veniva fatta defluire verso le scuderie così da pulirne il pavimento. L’ attenzione alle risorse territoriali, estremamente valorizzata da Federico, teneva conto anche dell’ingente quantità di legna necessaria al riscaldamento del piano nobile, garantita grazie al progetto di piantare un albero per ogni fusto abbattuto. Un’ultima pittoresca curiosità: il bisogno di mantenere costantemente riscaldato il calidarium dei bagni del duca faceva sì che la servitù fosse organizzata in turni per badare ai forni.

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È così che ci imbattiamo in un graffito di quasi seicento anni recante la scritta “Recorda delot urno” (Ricordati del turno): Palazzo ducale, museo nazionale e dimora di opere d’arte dal valore inestimabile, è anche e soprattutto un monumento alla poesia della storia. Dalle sue mura trasudano le voci di migliaia di storie del passato che, seppure lontane nel tempo, sorprendono il visitatore per l’incredibile attualità della vita quotidiana, del lavoro, dei bisogni e dei sentimenti di servi e signori.

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