Visita al Palazzo Cusani e alla mostra ”I’ll Be There Forever. The Sense of Classic”.

Testo di – DIANA SALA

Fotografie di – STEFANO DI FONZO

 

Siamo stati in visita a Palazzo Cusani, che ha ospitato fino al 4 giugno la mostra “I’ll Be There Forever. The Sense of Classic”, ideata e prodotta da Acqua di Parma; i temi principali che la curatrice Cloe Piccoli ha voluto mettere in risalto sono il ruolo e il valore del classico nell’arte contemporanea e come l’arte contemporanea dialoghi con il passato, riprendendolo e rimaneggiandolo, motivo per cui ha selezionato Palazzo Cusani come luogo espositivo.

Quel che più ci ha colpiti è la struttura del Palazzo secentesco, oggi sede di rappresentanza del Comando NRDC-ITA (Corpo d’Armata NATO di Reazione Rapida a guida Italiana), del CME-L (Comando Militare Esercito Lombardia) e del Circolo di Presidio Militare Esercito.

A prima vista appare più un palazzo Settecentesco, inoltre le facciate hanno stili nettamente diversi: quelle esterne, molto elaborate e decorate in stile tardo-barocco (a dispetto della tradizione tipica delle dimore gentilizie milanesi, che tendevano ad essere più decorate all’interno che all’esterno), sono opera dell’Architetto Giovanni Ruggeri, mentre quelle le facciate interne sono attribuite a Giuseppe Piermarini.

 

La nostra visita si è snodata inizialmente lungo il percorso delle opere in mostra (situate nel cosiddetto piano nobile) e successivamente nel piano delle maestranze.

 

Per prima cosa siamo entrati nel Cortile d’Onore che, anziché avere il caratteristico portone singolo, ha due porte gemelle, che sono state costruite perché i figli del Marchese Cusani erano in rapporti così tesi da non voler passare sotto la medesima porta.

Diego Perrone ha voluto inserire la sua opera “La fusione della campana” all’interno del porticato del cortile; l’autore ha voluto rappresentare l’arte antica della fusione delle campane di bronzo come metafora dell’ambizione che può anche finire in un completo fallimento.

La scultura è ruotata di 45 gradi, infatti, quasi con una sfida alla gravità, la campana sopraelevata rispetto alle forme che rappresentano le colate di bronzo e che puntano verso lo Scalone d’Onore – sormontato da uno degli affreschi di Angelo Borroni –  guidando il visitatore nella sala successiva al primo piano.

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Nel salone Radetzky è possibile osservare un altro degli affreschi del Borroni che, realizzato su grande pala e collocato sul soffitto del grande salone, ne risulta staccato per via delle zanche che, fissate al soffitto stesso e non visibili, lo tengono in una posizione di apparente “sospensione”.

L’opera, di cui per lungo tempo si è ignorata l’esistenza, è, a seguito di accurato restauro, oggi visibile come poco sopra descritto.

In questa ampia sala, detta anche Salone delle feste, era inserita la trilogia “The Hidden Conference” di Rosa Barba; l’opera consiste di tre pannelli su cui sono proiettati tre film differenti (“About the Discontinuous History of Things We see and Don’t See”, “A Fractured Play” e “About the Shelf and Mantel”) che vogliono rappresentare il presente, il passato ed il futuro. In questi frammenti di suoni e immagini che si susseguono vengono intrecciate epoche diverse, mettendo in luce come il passato influenzi il presente ed il futuro.

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La sala successiva è la Sala Garibaldi, normalmente arredata con mobilio di stile umbertino, che per l’occasione è stato spostato, nel quale Perrone ha inserito due delle tre opere senza titolo in pasta di vetro realizzate nel 2015. L’artista stesso ha curato la posatura delle due opere, poste davanti ad una specchiera ottocentesca e ad un busto bronzeo di Garibaldi, in modo che si inneschi un gioco di riflessi che permetta allo spettatore di cogliere i continui rimandi e riflessi artistici. La scelta della pasta di vetro è stata fatta dall’artista perché è una tecnica non solo antica, ma che richiede molto tempo per la realizzazione. Nelle sculture si unisce la cultura occidentale (rappresentata da porzioni di profili umani) alla cultura orientale (marcata invece da pesci e altre figure marine, che rimandano proprio alle stampe orientali che hanno ispirato molti artisti nei secoli).

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Il fotografo Armin Linke ha invece scelto come sede della sua installazione la Sala della Braida, caratterizzata da un’impostazione neoclassica e da numerosi dipinti dell’Ottocento dell’Accademia di Brera.

Linke ha inserito delle fotografie degli interventi modernisti eseguiti a Palazzo Abatellis di Palermo; in questo modo l’autore ha voluto unire il Rinascimento, con la scelta del Palazzo Abatellis, il dopoguerra, mostrando gli scatti degli interventi eseguiti su quel Palazzo, e la modernità, scegliendo come luogo di esposizione Palazzo Cusani.

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Guidati dai simboli delle quattro stagioni e dalle allegorie che rimandano alle Muse delle Arti e delle Scienze di antico richiamo classico presenti negli affreschi della volta della Sala delle Allegorie, abbiamo osservato “Fulmini” di Alberto Garutti. Il lampadario a LED di Garutti è collegato al CESI (Centro Elettronico Sperimentale Italiano), che trasmette un impulso all’opera ogni volta che un fulmine cade sul suolo italiano, illuminando l’intera sala con una luce molto più intensa, che poi nuovamente torna a decrescere.

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Passando nella Sala dell’Ingegno abbiamo visto le otto allegorie sulla scoperta dei nuovi territori, alle quali Paola Pivi si è voluta ricollegare inserendo “Call Me Anything You Want”, composta da venti pannelli dai quali fuoriescono delle perle che passano da una colorazione cromatica rosa tenue fino ad arrivare al nero scuro. Le perle così raggruppate danno un senso di omologazione dal quale però le perle stesse cercano di fuggire, alla ricerca ciascuna della propria individualità. L’artista ha scelto questa modalità espressiva perché il tema dell’omologazione e dell’identità ha da sempre caratterizzato l’uomo.

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La sala successiva è la Sala degli Intarsi che è ricoperta da un parquet composto da otto legni differenti e intrecciati tra loro.

La sala ospita l’opera senza titolo di Simone Berti, che non solo ha inserito tre tele sopraelevate grazie a strutture in acciaio, ma ha voluto collegare il passato con il presente ponendo la mobilia stessa su questi rialzi in metallo. Nelle tre tele che si riflettono negli specchi ottocenteschi è possibile individuare richiami pittorici alla pittura fiamminga, al classicismo francese e alla tradizione leonardesca.

Nella sala degli Amorini sono stati spostati i dipinti che rappresentano Garibaldi, per fare spazio alle due opere di Massimo Bartolini “Giacometti Landscape” e “Rugiada”.

La prima è una struttura bronzea ricavata da una copia dal vero della scultura “Donna di Venezia VIII” di Alberto Giacometti, successivamente modificata e deformata; la forma del corpo diventa appena percettibile e si amalgama al paesaggio che evoca la sua forma distorta.

La seconda opera invece è un pannello smaltato in alluminio sul quale sono visibili goccioline di acqua; l’autore ha scelto di posizionarlo sulla parete perché osservando le gocce d’acqua è possibile vedere il riflesso della finestra e degli alberi del cortile alle spalle dello spettatore.

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Successivamente siamo scesi al piano delle maestranze, dove oggi è possibile intrattenersi convivialmente e consumare colazione e pranzo in ambienti particolarissimi e ricchi di storia e fascino. Qui sono esposte numerose teche contenenti divise storiche dei militari, in particolare di Artiglieria, inoltre in una delle sale è possibile vedere gli stemmi delle città principali della giovane monarchia sabauda: Roma, Venezia, Firenze, Torino e Milano.

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Foto 8

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Accedendo al cortile di servizio abbiamo potuto vedere tre palle di cannone incastonate sulla facciata; le palle risalgono al periodo della Prima Campagna d’Italia di Napoleone del 1796 erroneamente attribuita dai più ad una testimonianza delle cannonate di Radezky durante le Cinque Giornate di Milano, avvenute però mezzo secolo dopo.

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