Testo di — GIULIA MAINO

 

We Are What We Are (2013)

 

TORINO- La sezione “After Hours” del TFF, regala da sempre gustose e controverse pellicole al pubblico del Festival, recuperando le eccellenze dalle varie mostre cinematografiche europee e non.
In questo caso, direttamente da oltreoceano, un film che ha movimentato parecchio il web e si è guadagnato un posto d’onore nelle produzioni più apprezzate del mercato cinematografico indipendente americano. Sto parlando di We are what we are, terzo lungometraggio del cineasta statunitense Jim Mickle, remake della pellicola messicana Somos lo que hay; un film cupo, violento, disturbante e dai sottotesti profondamente acuti ed interessanti.

La famiglia Parker (madre, padre e tre figli) vive apparentemente senza ombre nella regione più povera dello stato di New York. Alla morte della madre, le due figlie maggiori dovranno portare avanti una particolare tradizione, imposta dal padre di famiglia, che man mano svelerà quanto i Parker siano diversi dalla famiglia media americana.

Sin dalla prima scena (nella quale vediamo la morte della signora Parker) la fotografia livida e glaciale che ci accompagnerà per tutte le vicende narrate ci aiuta a percepire odori, e persino sapori del mondo filmico nel quale siamo coinvolti. Il puzzo sottile della miseria umana, le possibilità sfumate e il volontario isolamento dei compaesani della famiglia protagonista non mettono a suo agio lo spettatore, lo obbligano piuttosto a guardarsi dentro e, irrimediabilmente, giudicarsi.
Il PoV del regista concentra l’attenzione sui dettagli; il film riesce ad esprimere tutta la sua violenza accennando al dramma che si sta consumando ai danni delle due giovani figlie, costrette ad un rituale agghiacciante e inevitabile, dettato da una volontà superiore che parla attraverso le preghiere deliranti del padre. Le due ragazze, Iris e Rose (non a caso chiamate con i nomi dei fiori, che donano ai loro personaggi un’innocenza corrotta) vivono come animali in gabbia nella loro casa, che rispetta i rigidi canoni di una morale vittoriana, rigorosa e repressiva. Gli abiti, le abitudini della famiglia descrivono una vita fuori dal tempo, e ci si stupisce quasi di veder comparire alcuni elementi distintivi della modernità, tale è l’alienazione del setting dall’epoca in cui è ambientato. Lo stesso distacco è percepibile nella gestione dei rapporti interpersonali; nella famiglia Parker vige infatti una forte coesione, non basata sull’affetto ma sulla protezione del segreto che li accomuna. Il sangue e l’orrore permeano le pareti, i discorsi e gli sguardi dei personaggi, che tengono in piedi lo psicodramma familiare solo per proteggere sé stessi e il loro precario e dannoso equilibrio.

Le ragazze non si fidano di nessuno, rispettando gli insegnamenti del padre; evitano ogni rapporto esterno il più possibile, contravvenendo ai bisogni primari di socializzazione che la loro giovane età scatena, fino a quando Iris cede al corteggiamento di un giovane ispettore di polizia, che perirà nell’atto sessuale ucciso dal padre, oltraggiato dal venire meno della figlia maggiore ai suoi doveri. Il signor Parker difende la purezza delle figlie in nome di un vecchio manoscritto, che narra di una leggenda di giovani donne, sacrifici umani e cannibalismo, alla quale anche l’uomo ha votato la sua vita e quella delle figlie. Questo delirio psicotico e religioso porterà il nucleo familiare a disgregarsi nello splendido finale, nel quale il regista descrive con lucida follia il sacrificio supremo del padre, fattosi cibo per le figlie mettendo in scena i canoni del “pasto totemico”, descritto da Freud in “Totem e Tabù”. Per perpetuare la tradizione, il padre viene privato della vita e della carne dal frutto dei suoi lombi, che cibandosi del suo corpo faranno proprie la sua forza, la sua malattia e il suo destino.

We are what we are (Netto passo avanti rispetto ai film precedenti di Mickle) è un pugno allo stomaco, uno schiaffo all’ipocrisia e all’innocenza, una seduzione affilata che taglia come un coltello la morale repressiva della religione, mettendo a nudo la sua feroce oppressione e la sua marcia falsità. Mickle racconta un’America atavica, primitiva, che perde il calore del passato e acquisisce la freddezza inquietante di un paese incapace di guardare sé stesso e le sue ombre, e quasi gode della sua depravazione.

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