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Testo di – GIULIA BOCCHIO

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Dai panorami più elevati, che permettono di vedere dall’alto la spiaggia o il vespro, al crinale più basso dell’insoddisfazione, che non permette prospettive: a Coney Island, negli anni cinquanta, prendono posto sulla ruota delle meraviglie tutti i drammi, le frustrazioni, i tradimenti e le sfumate ambizioni dei protagonisti dell’ultimo film di Woody Allen. Protagonisti teatrali nella teatralità massima della tragedia stessa delle loro vite, imbastite di sogni divenuti incubi pittoreschi e ingloriose rivalse.

C’è una donna, Ginny, che ha il volto magistrale e sofisticato di Kate Winslet, una ex-attrice che ora interpreta suo malgrado il ruolo di una miserevole cameriera ma è la vita reale e chiassosa, quella vita che ha preso le sembianze di tutto ciò che non è gratificante; la sua giovinezza è tramontata insieme a un primo matrimonio fatto di infedeltà amare e a un secondo fatto di autocommiserazione e maldestra gratitudine. Ardono però ancora due fiamme nella sua nevrotica anima: brucia infatti di passione per il giovane amante bagnino (ma aspirante scrittore) Mickey e brucia d’ira nei confronti di un figlio piromane, il che è un chiaro disturbo mentale del bambino, ma anche la perfetta metafora della vita di Ginny.

Tutto puntualmente va in fumo, che siano miraggi o scantinati, soprattutto quando torna a Coney Island Carolina, la sua figliastra, che non solo è una donna “segnata” perché in fuga da un matrimonio fallito con un gangster italiano e ora inseguita dai suoi scagnozzi che hanno il preciso dovere morale di toglierla di mezzo, ma che ha la benedizione-maledizione di essere giovane e bella e di aver attirato lo sguardo sbagliato, quello di Mickey. Ed ecco che entra in scena un’altra grande mortifera protagonista : la gelosia, accecante ed eccessiva, altrettanto vanitosa e teatrale, non certo secondaria, non certo subordinata al marito di Ginny, l’infantile Humpty, uomo inconsapevole, quasi pietoso, poiché degno di autentica pena, schiacciato anch’esso da quella ruota di inesorabili sventure, più che di meraviglie.

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Woody Allen omaggia certamente il teatro greco, il mito, omaggia le zone d’ombra dell’inconscio e la vana gloria, omaggia un colorato parco di fittizi divertimenti che ben descrisse il piccolo Alvy Singer in Io e Annie, cita Cechov e soprattutto, come di consueto, se stesso.

Il che rassicura, il che permette a questo immenso sipario umano di funzionare, di essere giustificatamente esagerato e melodrammatico, di sorreggersi sull’intimo e costante monologo della sua protagonista, che muta e che riassembla i tratti delle grandi protagoniste delle commedie che recitava da ragazza, ma che sono spettri, maschere dal trucco sbavato, con il risultato di non avere più un’identità distinta, a differenza del regista.

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