Testo di – DAVIDE PARLATO

zombo

 

Ieri sera mi sono trovato di fronte all’ultimo blockbuster movie sugli zombie: World War Z. In una realtà del tutto attualizzata, un Brad Pitt padre di famiglia, nel nuovo look sponsorizzato Chanel, si ritrova a difendere la sua famiglia da un attacco massivo di zombie, che, generati da una pandemia dalle occulte origini, si apprestano a nutrirsi dei cittadini vivi di tutte le città del mondo e a correre per i palazzi metropolitani alla rinfusa. Dunque: famiglia che scappa, zombie, desolazione, effetti speciali… Non so proprio come ma mi pare di aver già visto tutto questo da qualche parte. Ah, già: in cinquant’anni di produzione cinematografica sul tema “zombie e affini”.

Infatti non voglio proprio in questa sede continuare in una recensione ricca di improperi di un film che, dopotutto, al di fuori di certe velleità metaforico/profetiche di pessimo gusto, si figura come un filmone di intrattenimento. Ma è molto più interessante per me cercare di capire come sia possibile questa incredibile longevità immacolata del genere zombie movie, in particolare nell’estetica cinematografica americana: che ricordiamo è la culla di nascita di tale genere e unica interprete interessante dello stesso (tranne a mio avviso alcune sottoproduzioni italiane degli anni settanta-ottanta che meritano davvero di considerazione).

In World War Z questi mirabolanti non morti in computer grafica corrono come delle bestie inferocite, diciamo che rincorrono la foga di spettacolarità della macchina mangia stelle che è il pubblico consumatore americano e simile. Non mancano frecciatine alla politica internazionale (la pandemia sembrerebbe infatti essere nata in Corea del Nord, dove il governo, per evitare il contagio, in largo anticipo ha pensato saggiamente di far strappare i denti alla popolazione: tutto questo narrato da un agente della CIA completamente esaurito e delirante: una spiccata fantasia, non c’è che dire). E la pellicola, adornata da una soundtrack che vede come main theme The 2nd law: Isolated System (per chi non la conoscesse, ultima traccia dell’ultimo “militante” album dei Muse “The 2nd law”), alla fine dei conti, rappresenta un affresco (peri)patetico di un progetto di lotta comune verso quello che è l’inevitabile e intopologizzabile tracollo mondiale. Poveri zombie: sono diventati macchiette della crisi.

E pensare che lo zombie cinematografico fu invenzione in tutt’altro senso: suo papà biologico nella sfera della filmografia americana fu il grande George A. Romero. The night of the dead, Dawn of dead e The day of the dead rappresentano una trilogia fondamentale all’interno della cinematografia americana e mondiale degli anni settanta-ottanta e costituiscono pietre miliari dello splatter-horror movie. I morti viventi sono dei lenti, stupidi, emaciati e spappolati bamboloni che hanno una fame insaziabile di carne umana. Si aggirano goffamente per strade, negozi, case, ossessionati solo dalla loro fame. Non fa paura tanto la loro individuale bruttezza, o qualche loro destrezza fisica, non sono veloci, non sono astuti: sono tanti! Sono tanti e affamati. Sono una popolazione di goffi bestioni abbruttiti guidati dalla loro brama di carne umana. Ricorda qualcosa?

Romero recuperò una leggenda tipica della stregoneria voodoo centroamericana per creare una vasta, fortissima ma molto sottile metafora della società americana: la società consumistica assetata di sangue. Romero è un vero genio nel creare situazioni in cui i non morti si ritrovano a compiere routine della vita quotidiana. In Dawn of the dead (pateticamente tradotto in italiano come Zombie) è chiaramente esplicitato che i non morti tendono a compiere meccanicamente quelle azioni che erano soliti eseguire da vivi. E così gli zombie che pullulano il supermarket in cui è ambientato il secondo film della trilogia, girano per le corsie proprio come consumatori tipo: completamente spenti, goffi, abbruttiti. Romero è anche un genio ad inserire questo fantastico specchio convesso nella cornice di un blockbuster che sarà destinato a lasciare il segno nelle consumazioni filmografiche americane presenti e future.

Cosa facevano i protagonisti di Romero? Scappavano: cercavano di sopravvivere per scappare lontano, in una sorta di favola hobbesiana del “si salvi chi può”. O meglio, si salvi il più forte o il più furbo. Non si parla di lotta contro l’incombenza, non si parla di trovare la causa del contagio: si parla della propria individualità, di salvare il nucleo della propria persona dalla mare rivoltante di sudici cannibali. Cannibalismo e non morti: son due ossessioni del cinema americano della seconda metà del novecento. Perché la fame di carne umana in un certo senso, forse, spaventa anche il produttore. Ed è forse proprio per questo motivo che questo filone è riuscito a barcamenarsi, suscettibile di lievissime alterazioni dal primo The night of the dead ad oggi.

Tutte le soluzioni e visioni solipsistiche del’estetica di Romero sono stravolte in World War Z. In un certo senso a creare una contraddizione interna rocambolesca: un rito antropofago sulla propria persona. La perdita della dimensione rituale del rito cannibalico e lo spostamento dell’attenzione sul proprio corpo: una masticazione narcisistica. Ma perché? Perché un’estetica che propone la lotta in una dimensione antropofaga come quella del consumo non può che essere vincente dal punto di vista del vendersi: ma del tutto priva di fondamenta nella coscienza. Lottare contro gli zombie vuol dire lottare contro la nostra stessa società dei consumi: profetizzare tale risveglio di coscienza in una cornice consumistica vuol dire compiere un harakiri di pessimo gusto.

Vuol dire perdere il carattere rituale. La ritualità è importante: perdendo questa dimensione l’individuo rischia di perdersi nel vortice del consumo, per trasformarsi in quelle immagini di non morti per sempre scolpite nella celluloide a imperitura avvertenza vero la società. Vuol dire trasformarsi da consumatori a consumati: perdere la ritualità.

Un’ultima immagine: qualche anno addietro, un signore slavo abbordava uomini e donne su Facebook che volevano farla finita. Gli proponeva che li avrebbe uccisi in modo indolore, anzi, proprio nel modo in cui loro volevano. Era questo il suo espediente per procurarsi il cibo: la polizia, scoperto tale giro di conversazioni sul social, irrompendo in casa dell’uomo, ha trovato, in un freezer in cantina, parti di corpi umani smembrate e conservate per il pasto. L’uomo era anche padre di famiglia, una persona come tante.

Una persona come tante.

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